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MUSICA A PROGRAMMA

:: Accio e Cardellino sull'argine del Serchio. Pasqua 2018 a Venezia. Con Karoline Knabberchen e il Bambino sulla Sedia. Tomba di Lalo e del Pazzo
02 Aprile 2018

Sara Cardellino e Accio adolescenti
(la coppia, uniti da amore e bene e comuni monellerie, è protagonista
di avventure nell'infanzia nell'adolescenza nella giovinezza... fino ad oggi)






ACCIO E CARDELLINO SULL’ARGINE DEL SERCHIO

(Pasqua 2018 a Venezia. Con Karoline Knabberchen e il Bambino sulla Sedia)
 

Sei apparso nella cameretta mentre piangevo per la severità della maestra di pianoforte, suonerò il flauto traverso! basta tastiera, sussurro col viso ficcato nel guanciale, basta genitori ad accudire la mia crescita sulle partiture; singhiozzo per i loro silenzi sugli studi sulla fatica che mi costano, ardita per un minuto. E tu chi sei? Sono Accio! E che ci fai qui? Son venuto a dirti che prima o poi ti salverò da ogni dolore! Ma se mi sembra di vederti la prima volta!? Non fare la grulla, ci siamo già visti e amati da grandi! Guardami meglio! Sì, è vero. Poi ci siamo separati. Poi passati cinque anni e cinque mesi ci siamo ancora ritrovati. E ora siamo tornati bambini? Andiamo avanti e indietro, però ci aspetta un’avventura anche nel dolore, io stesso ti raggiungo stando sofferente sopra una sedia dove recito poesia a forza.

 



Clikka
Storia vera del Bambino sulla Sedia
 16.IV.2017


 

Ma certo, quando da grande seppi la tua storia, vidi la tua fotografia, mi sono innamorata di te. Andavi a chiedere i soldi che dovevano a tuo padre anarchico camionista, lui non ci voleva andare, se sono uomini me li portano e sennò se li tengano esclamava!, e tua madre, sarta, spediva te. Con la cartelletta dei conti. Sennò non c’erano i soldi per vivere. E loro ti umiliavano chiedendoti di recitare sopra una sedia poesie. Che tu sapevi a memoria di Carducci di Pascoli. O che avevi scritto in rima acerba. Ma sei ancora bambino? Peggio, Sara, sono ancora sulla sedia. Devi venire a prendermi. Se non mi dai la tua mano da lì non scendo più!

Sono entrata nella sala vasta di un cascinale. C’eri tu circondato da gente berciante e sgradevole. Che ti prendevano in giro. Gente degli anni cinquanta e persone di oggi. L’ho capito dall’abbigliamento. Ho visto anche una donna, una poetessa, che ti fissava indifferente, mentre commentava, divertendosi, i tuoi candidi versi con amici poeti dal comportamento saccente e vanitoso.

Ero con l’età mia reale, però mentre m’avvicinavo a te, rimpicciolivo fino a diventare come mi avevi trovata nella mia cameretta. Mi sono avvicinata intenerita e commossa. Accio sono venuta a portarti via! Ce ne hai messo di tempo!, ci manca che mi mettano la corona di spine e poi il servizio sarebbe completo. Ho impiegato il tempo adatto perché tu capissi tutto di me. Del mio amore. Tu mi hai sorriso, portami via di qui, te ne prego Cardellino, che poi il mio amore te lo canto nella canzone più bella che anche Battisti se la sogna! Spavaldo e ferito, mi son detta, l’Accio di sempre.

Ti ho dato la mano e tu sei sceso. Ti sei aggiustato la giacchettina cucita dalla Nada. Ti sei allungato i pantoloncini corti sul ginocchio, bella la tua camicetta Sara, hai aggiunto, siamo sofferenti ed eleganti. Ti ho guardato e ho saputo che eri il mio cavaliere e io la tua principessa. Siamo usciti tra bisbigli, offese, silenzi, e sulla porta hai tirato fuori dal taschino dei coriandoli e li hai tirati per aria come una nuvola. Ma è quasi Pasqua, ti ho detto, Accio a che servono i coriandoli di Carnevale? Il Male me l’hanno fatto a febbraio, son su quella sedia da febbraio. A questa gente, a chi m’ha dato Croce da piccino a chi me l’ha data da grande, getto le parole del Male colorate sangue sulle loro teste; hanno parole che tradiscono la loro condizione proletaria questi operai e contadini; divulgano parole imbalsamate che chiamano ambiziosamente verbo poetico i poeti presenti alla mia Via Crucis sulla sedia, sono mediocri e arroganti, meritano, in mischiata compagnia, parole ridotte a coriandoli. Senza bisogno di pubblicazione di encomi di premi. Perché tu sei venuta, Sara, a salvarmi bambino e grande. Da dove la poesia m’aveva condotto. Non scriverò come fece Gesù ma ti amerò sempre più. Ti garba la facile rima? E siamo usciti da quella stanza infernale scambiandoci sguardi teneri.



 


Sara Cardellino e Accio Falchetto


 

Ti ho stretto il braccio. E ora dove andiamo Accio? Nel mio regno. Sull’argine del Serchio. E tu sarai la mia damina. E andremo assieme seguendo l’argine, e la passione del Cristo, verso la foce del fiume. Però bisogna correre per arrivare entro stasera alla marea del Bene.

Abbiamo cominciato a correre. Io ero stanca. Non ce la facevo più. Poi ho guardato per terra. Sul tratturo. Ho visto soltanto la tua ombra correre. Allora ho quasi urlato: Accio ma sono sparita! Non mi vedo più tra le erbe correre!

Ti ho preso sulle braccia, Sara, mio Cardellino. Riposati. Riprendi fiato. Arriveremo te lo prometto alla foce. Per la marea. In collo ti guardavo il viso: era quello a volte del Bambino sulla Sedia altre della tua età di ora. Rughe fonde. Segni di ferite rimarginate lentamente, del tragico che avevi vissuto, accanto alla nascita tribolata, i ricci scuri accanto ai grigi,… e poi stringendomi a te ho visto lacrime spargersi nel vento. Allora ti ho chiesto: Accio ma tu stai piangendo per noi due? Ma no! Hai risposto!, butto un po’ di sale nell’acqua dolce del Serchio. Ho riso allegra, perché tu sai scherzare sempre. Anche quando piangi amando. E allora ti ho copiato perché voglio stare alla pari con te. E piangevo e sorridevo per l’avventura splendida che vivevamo. E poi perché tra le tue braccia ci stavo benissimo. Siamo giunti ch’era sera. Sul mare a Bocca di Serchio. Sono scesa dall’abbraccio. Abbiamo guardato il sole che calava sull’orizzonte. Nei rossi adatti negli ori d’aprile. Della Pasqua. Sulla riva una barca. Hai capito cosa dobbiamo fare? Sì, Accio. Dalle tasche della mia gonna a quadretti ho tirato fuori tutte le poesie che avrei scritto da grande, e tu hai fatto lo stesso dalla tua giacchettina, erano tante, infinite, ci abbiamo colmato il natante. Poi tu hai spinto la barca ed essa come se sapesse dove andare si è mossa tra le onde.

- Va da Karoline Knabberchen, vero Accio?

- Sì.

- E Fabio Nardi dov’è?

- È lui che rema. Non lo vedi controluce.

- Ora sì!

Ti abbraccio stretto. Tornati con l’età reale che abbiamo. Ti bacio. E tornando nella mia cameretta, udendo la madre che mi chiama per il concerto, mi sono alzata. Mentre m’infilo le scarpette avverto sotto la pianta dei piedi la sabbia della marina. Che scricchiola. È tutto vero in questo amore, in questo libro senza bisogno di stampa. Poi mi sono svegliata.

Alba veneziana. Ti vedo dal letto assopito sulla poltrona della sala con le tavole che hai dipinto per me, per noi due, tutta la notte. Per terra sul tavolo ovunque ritratti. Quanti colori quanta fantasia che baci disegnati e già dati e da dare. Ti poso un plaid addosso. Accosto alla tua l’altra poltrona. Poso la testa sulla tua spalla. Mi addormento ancora.
 


 


Accio e Sara Cardellino



 

Accio

POSTFAZIONE

IL RACCONTO CHE DIVENNE RESURREZIONE

(con le tombe di Lalo e del Pazzo)

 

Accio e Cardellino sull’argine del Serchio è nato nella Pasqua 2018.

A Venezia. Da un sogno con accanto Sara. Ed è ambientato sull’argine del Serchio a Vecchiano che va verso la Marina.

Lo dedico all’amata Cardellina. Senza di lei questo racconto - che per me è tutta la mia preghiera la mia religione il mio comunismo - non esisterebbe. Lei rispondendo alla mia richiesta d’aiuto e raggiungendomi la Domenica delle Palme 2017 (CLIKKA: Sono in pericolo Sara. Ho bisogno di te - Sara Cardellino salva il falco ferito) mi ha salvato e aiutato nel pericolo mortale. Che correvo io, per vicende legate al fallimento dell’Olandese Volante in cui avevo riposto per sei anni ogni utopistica energia, e mia madre per una malattia terribile al cuore stando ospedale in fin di vita.

Sara è giunta. Eravamo separati da quasi sei anni. Ha abitato le vecchie mura del mio cascinale. Le stanze malmesse gli infissi cadenti l’umidità e sfiorato gli attrezzi dismessi del camionista anarchico, mio padre, e le scatole e gli armadi dove stanno pagine manoscritte e stampe da files inediti e tele e disegni e le pagine della poetessa morta suicida: Karoline Knabberchen (Guarda Engadina 1959 - 1984 Lofoten Norvegia). Poi ha raggiunto con me il Campo alla Barra dove morì Lalo e la sua tomba ufficiale nel cimitero di Vecchiano; poi tenendomi per mano mi ha portato anche alla tomba del Pazzo che dal 2005 non accettavo fosse morto. Poi a Marina di Vecchiano e per quelle acque sono giunto fino al gorgo delle Lofoten, isola di Austvågøyper capire il mio ruolo di autore e personaggio nella vicenda di Karoline Knabberchen. I suoi occhi umidi il suo silenzio dicevano che avrebbe rispettato questa povera chiesa e l’epica che ci sta dietro... per sempre! Senza scriverci poesie enfatiche poi da rinnegare né profferendo promesse di cura verso una vicenda dolorosissima poi da ripudiare...

Se avessi visto nel 2011 queste stanze questa casa così intinta in storie tragiche ed umanissime, e il Campo alla Barra dove morì Lalo, che già vide Karoline Knabberchen, e ci ho pianto sfogliando i suoi quaderni manoscritti che solo a me hai mostrato,… non me ne sarei andata, Accio, conoscendo il nocciolo e la polpa, della tua vita, della tua fondazione d’artista.
 

La Riviera del Brenta ieri e oggi con Villa Malcontenta. 2011 e 2018
 

Ho scritto migliaia di pagine e ne ho disegnate altrettante per poi, nel momento del bisogno, ricevere frasi di circostanza che stanno nei manuali dell’indifferenza e delle frasi dozzinali anaffettive. Mentre ero al capezzale dì una madre ho dovuto scoprire l’assoluto silenzio verso me, verso la mia vicenda di uomo e di autore, che aveva ideato una rivista tanto libertaria come L’Olandese Volante. Toccare con angoscia quanto l’amore e il bene siano nella letterarietà parole vuote insensate equivoche e anche malvage nel male che portano.

Però “Accio e Cardellino sull’argine del Serchio” testimoniano che L’Eroe da Libro senza libro, come mi chiama Sara, ha visto compiersi l’esito che cercava fin da monello; il melodramma il romanzo feuilleton il poemetto si sono sciolti tutti nelle parole di Sara pronunciate la Domenica delle Palme di un anno fa: “Arrivo, arrivo da te, per la prima volta un Cardellino salverà un Falco ferito”.


 


Sara Cardellino e Accio



 

Ogni carriera letteraria, estetica, ogni libro pubblicato, fossero pure cento, ogni mostra in gallerie di prestigio fossero pure mille, non valgono, per me, per Sara, questa nostra vicenda. L’ultimo, mio, racconto nato da un sogno sull’argine del Serchio e da una reale Pasqua a Venezia lo rivelano. E sono il mio grazie, come meglio non posso porgerlo, alla "Donna che visse due volte nel cuore dello stesso uomo".

 


 


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