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Lettere KK/FN

:: Lettere di Karoline Knabberchen e Fabio Nardi. Con fotografie. Cura Claudio Di Scalzo
06 Gennaio 2018


"Karoline Knabberchen (Guarda-Engadina 1959/Lofoten, Norvegia 1984) ad Amsterdam, 1984"
 Foto Fabio NardiCopyright Claudio Di Scalzo - "Canzoniere di Karoline Knabberchen"



QUANTO ALCUNE LETTERE RIVELANO DI KAROLINE KNABBERCHEN

Nel pubblicare alcune lettere telegrammi frammenti epistolari di Karoline Knabberchen
mi torna alla mente la lettera sulla (clikka) Esclusività-Esclusiva in Amore e Poesia 
che mi scrisse a Pisa quando ero a Carrara a fotografare luoghi dell'anarchia.
Come poteva una giovane donna che scrive nella maniera in cui le lettere rivelano
andare "a servizio" da un Gualtieri qualsiasi, da un trombone d'intellettuale vanesio.
Non aveva niente da imparare da gente simile né volle frequentarli.
Karoline Knabberchen aveva coscienza di che nerbo fosse la sua scrittura
e scelse di non cedere a nessuna carriera letteraria solita ed enfatica.
Condita di politica ed opportunismo.

Karoline Knabberchen è anche per questo la mia eroina.
Indimenticabile. E con Fabio Nardi provo commozione
e struggimento  a rileggerla.

Peccato che tante lettere siano andate perdute,
distrutte da sua madre Gerda Zweifel.





Cura Claudio Di Scalzo:

LETTERE DI KAROLINE KNABBERCHEN E FABIO NARDI

 

Caro Fabio,

è l’eruzione d’un volto la mia prima interpretazione dell’Amore.

Qui in Engadina non ci sono montagne pronte ad esplodere: deriverà da ciò tanta mia enfatica suggestione?

Mi sono esposta già – benché ci conosciamo da poco tempo – ai lapilli del tuo sguardo, accolto il surge

dalle tue labbra, senza poter esistere in un’archeologia fitta d’eternità.

Fabio, lo vedi come passo da una quotidianità pisana all’assolutezza d’un gesto, senza che neppure tu riesca a sorprendermi nell’intercapedine scivolosa di questa (faziosa) sutura?

Ho bisogno di un interprete per vivere anche il taglio, per denudarmi nella dimensione frequente

che attanaglia ogni possibile rifrazione - nello spazio che non concepisco più come reale.

Tu sai edificare una città sull’ovale di ogni unghia – una per ogni incontro (e non temi le forbicine

della mia manicure!): aspettami al Campo de’ Miracoli lunedì mattina.

Tua Ranocchietta Karoline
 

(Guarda, 20 ottobre 1979)

 


 

 

Fabio Nardi, mio bene vecchianese!

La tua Ranocchietta oggi è stretta d’assedio da un giro parentale.

Ho allegato al tuo pensiero la coscietta saltellante della ranocchia, sperando nel salto definitivo da una lettera all’altra del mio cognome, che mi lega a questa ricorrenza famigliare. Nulla di fatto: non potrò muovermi per altri due giorni, dovremo quindi pazientare e rimandare il nostro incontro alla prossima settimana.

Sarà ancora possibile passare qualche giorno a Vecchiano, come mi avevi accennato? Credi ai tuoi

non dispiacerà questo disguido, già prima di conoscermi?

Cerca di spiegar loro che si tratta di una incombenza non prevedibile, che non se ne abbiamo troppo a male!

(Mi hai detto che tua madre aveva già comprato diversi tipi di dolci dal formaio, e tuo padre aveva fatto scorta di ‘vino bòno!).

E tu? Sei deluso?

Se ti conosco un pochino, ora mi terrai il broncio fino a che non saremo davanti alla porta di casa.

La tua Ranocchietta assalterà le tue labbra, e nonostante noi svizzeri non si sia avvezzi alle battaglie, son certa che avrò la meglio sulle famose mura pisane!

Tua (oggi marziale) Karoline

 

(Guarda, 25 ottobre 1979)

 

 

Caro Fabio,

questa notte per ripicca non chiuderò occhio. E nell’intento mi sto facendo aiutare da un ragno: nelle prime due ore ne ho seguito i movimenti da un parte all’altra della stanza. Passando sotto il mio letto, l’ha attraversata per raggiungere il nascondiglio dietro il quadro accanto alla finestra.

Poi non so che m’è preso: giunto sulla mia testa, a circa un metro sopra il comodino, l’ho schiacciato con un colpo secco di cuscino. Era uno di quei grandi ragni dal corpo spilliforme e le zampe enormi, lunghissime. Ne osservo stupita il cadavere che per dispetto è rimasto un’ombra sul bianco della parete.

L’assenza di sonno cancellerà ogni tratto al mio ovale. Ti restituirà l’ombra sul bianco perfetto. In fin dei conti capisco che sarei più sopportabile a me stessa se avessi una fronte riscrivibile durante il sogno.

Sopportabile? Lo dici sempre che il sarcasmo non è cosa da engadinesi: chi nasce ruzzando intorno al Serchio – aggiungi - ha maggiori distrazioni e possibilità d’impugnare le armi dell’ironia (financo il disprezzo ad uso sociale), mentre noi svizzeri possiamo tutt’al più provare con l’autocommiserazione. Quando mia madre t’ha sentito pronunciare queste ultime parole, t’ha chiesto se anche l’impudenza fosse un tratto caratteristico della terra di Toscana, visto quanto accaduto a Sils Maria, nella casa-museo di Nietzsche.

Le rispondesti che no, quello era un aspetto riscontrabile solo a Pisa, e in particolar modo radicato nella zona tra Vecchiano e Nodica, ed uscisti sbattendo la porta.

Non posso comprendere perché insisti a tacermi la tua voce, sebbene tu conosca gli aculei nel rapporto con mia madre.

Non scriverò altre lettere. Attenderò scemi il vento che ti fa girare banderuola della facile indignazione degli Zweifel.

Allego i versi che mi chiedesti sul luogo della nostra filosofia. Sono usciti tutti irriconoscibili da quanto chiedessi alla mia mano, nella tragedia del momento.

Tua Karoline K

 

Poesia in verso crepuscolare per Nietzsche e Sils Maria

Anche l’Inn grida al nihilismo, nei turbini d’acqua

che il filosofo impone ad ogni roccia sul letto del fiume:

mi ci butto! T’ho urlato per contrastare la voce della corrente,

non sopporto l’onta di vedermi privata d’un’entrata,

così malamente cacciata dalle sale nella casa nietzschiana,

strattonata dalla tua corsa contrastata dal corpo del vecchio

guardiano! Che razza di filosofia hai in mano? T’ho chiesto,

e tu m’hai risposto: è filosofia tascabile vecchianese,

se c’è posto, m’imbosco. E il letto era comodo e rifatto,

non mi ci butto?! E che, son matto, deh!

Grida vendetta il filosofo qui alla fonte, vuole la mia morte!

E in questa grigia autonomia montana pare innocua

anche la Rana di Guarda, sotto la sberla della filosofia di Sils Maria.

 

Ps- è mattina. Sono scivolata nel sonno senza accorgermene, e questa leggerezza non me la perdonerò mai! Mezza faccia è riscrivibile, l’altra la dovrai tenere com’è.

Se ti garba, bene. È così facile... come recita un saggio vecchianese.

Pss- so che a questo punto starai ridendo. Fammi sapere se riesci a raggiungermi verso Como,

in terra di nessuno. Tua
 

(Guarda, 30 ottobre 1979)

 


 

 

Fabio,

mi sembra un inizio complicato dal tuo equilibrismo vecchianese, il precipitoso dondolo che scodinzola l’errore all’interno d’un magma feroce.

Mi chiedi da giorni di contattarti telefonicamente, ma per questo dovrai attendere ancora. Non so per quanto.

Ti scrivo, questo posso farlo dopo più di un mese, perché mi chiedi come sto, e io ti raggiungerò come tu fossi la mia salute.

Tenere dentro al pugno di una sola mano troppe cose, mentre l’altra è impegnata con l’asta che mantiene in equilibrio sul filo, non mi permette di aprire nessuna delle due alla panificazione necessaria al nostro amore. E chi vuole starmi accanto deve essere preparato agli scarti improvvisi, tenersi pronto un gesto che si compia sul battito delle mie gote come un morso da domatore. Altrimenti ti troveresti a dover giustificare – ancora, a me, a te... – le continue recisioni di questo mondo sulla mia persona: ti dissi già, in virtù di altre più facili dissimulazioni, che sono consistenza di condensa: vale solo per i momenti in cui te ne nutri oltre il vetro, o devo tenermi al riparo dalle spregiudicatezze che non tengan conto di questo esistere in fiato?

‘Il tuo gesto è stato spregevole, Karoline’, m’ha sussurrato il castoro senza pedigree che tieni alla catena sotto il letto (edifica una diga durante la notte, che poi smonta con battiti di ciglia, interpretando il tuo contegno da camera):

mi accosto a te, lo capisco ora!, come all’augure dilettante che giochi a prevedere il proprio futuro tra le viscere del capretto elvetico (sto contemplando la mia agonia nel calco di sbavature d’altri sul mio ventre?)

Il mazzetto di lettere che conservi nella casettiera dello studio di Vecchiano (e che come sai sono andata a leggere di nascosto) sono diventate il pretesto della mia vena che batte un controtempo. E ti racconto la pena di sangue che scalda una tempia sola alla volta, perché anche questa cacofonia suggelli il patto raschiante le nostre fronti - se ancora, dopo quanto ti dirò, presteremo una direzione a ciò che – solo se nominato - esiste...

Se tremo – e tu non sai perché, né lo saprai -, tremo dentro l’azione in cui ho nutrito anche il mio doppio. ‘Sono colpevole quanto te’, mi canzona il castoro, sfregandosi le zampette come spilli sugli occhi.

‘La vita precipita nell’incauta incrinatura d’un segno, dentro cui fugacemente essere?’
 

La Ranocchietta perde fuoristagione il piumaggio invernale. È la prima ranocchia ad intessere voli

tra le guglie aguzze del paesaggio svizzero, e di questa peculiarità è consapevole anche il vento, quando

la sospinge nel costante fuori rotta delle frenesia d’alta quota. Quanto è probabile che quest’essere plani febbrilmente sul lungomare viareggino?

 

Nell’ultimo biglietto che m’hai allungato sul sedile dell’auto, alla mia partenza, così scrivevi:

‘Karoline, devi fidarti... non hai alternative, perché MI AMI, perché TI AMO. Tuo Fabio’

Ma esistono alternative sorprendenti, Fabio mio, anche per il pascolo della tua penna nell’accoglienza

d’un trotto irriverente , che possono lacerare (ci credi?) la condensa, quasi fosse il supporto stesso

alla trasparenza su cui poggia l’irrisione per una radice cresciuta come rami.

Se tornerò da te, sarà con la consapevolezza della rinuncia a questa alternativa. E sarò, io, Karoline,

il movimento definitivo d’una palpebra che oscura e chiarisce ogni derisione al proprio corpo.

Sappi dunque che non interpreterò goffaggini d’eternità che vanno dispensando autonomia al gioco.

Se mi perderai prima d’avermi avuta, non sarei stata, per questo, meno tua.

 

Karoline Knabberchen

 

(Guarda, 20 dicembre 1979)

 

 


Vecchiano di Millet - Foto Fabio nardi per KK

 

Caro Fabio,

lo stato di salute è lo stesso di quello della mia parola verso te. Ovvero il pretesto d’un vivere precoce.

Giro fugacemente tra ricordi fitti di lineamenti e mani che potrebbero descriverli, meticolose.

Non ci credi?

Ho saltato l’esame di Storia della Filosofia contemporanea, so che una sciocchezza simile finirà nella lista nera che tieni arrotolata nel ghigno ironico, riservato a chi rinunci per vile disperazione al pezzetto di sacro che s’è conquistato. Ma non posso fare a meno di ricavare da me stessa una lezione di audace insensatezza.

Tu non butteresti via qualche trenta e lode, per una guarigione definitiva?

L’iperbole ha raggiunto il punto di parossistico abbandono, e dietro i riguardi che m’affido per interposta persona, c’è la luminosa concretezza dei nostri corpi intrecciati.

Sono a Saint Moritz, ma sto tornando. Mi sono stabilita qui qualche giorno all’insaputa di tutti, per sigillare un patto con la luce d’Engadina: quale miglior punto d’osservazione del Museo Segantini?

Hai preparato il giusto rimprevero per il mio musetto? L’accetterò come l’amarezza d’un risveglio sfregiato dai postumi d’una sbronza (si dice così, vero?). In fin dei conti sono stata il cantore attento delle mie disgrazie. Neppure l’accecamento ha funzionato come deterrente al male: tutto è apparso nella sua veste originaria, senza ulteriori increspature: Omero non m’ha sorriso benevolo dalla rocciosa Chio, né tu m’hai posto l’enigma in modo giusto.

Saprai riprendermi con te? Temo ogni tua delicatezza come l’ultimo scongiuro sulla mia pelle.

Imbusto questa lettera che mi precederà, mi dispero per lei... sono la madre capace solo di soffocare l’amore dei propri figli.

 

A presto, dunque.

Karoline Knabberchen, o ciò che d’essa pare esistere.

 

(Saint Moritz, 17 gennaio 1980)

 


 

 

Karoline,

t’agguanto come l’ultimo sole della mia infanzia.

Mi sei mancata, ma non saprò rimproverarti questa assenza.

Avevo preparato un compito irrisolvibile, un’equazione dove i due esterni dell’uguale non coincidessero mai: però mi sono dato pena per il tempo che avremmo perso, mentre ne tentavi la risoluzione. Allora il compito lo svolgerò io: c’impiegherò tutta la vita, e sarà la caligine sui capelli che mai imbiancheranno,

a ricordarmelo. Ma tu, vedrai!, non dovrai reclamare un solo minuto della mia attenzione.

Ogni tuo passaggio nel mio passato porta chiarezza a nuove forze. Non sono più arrabbiato: perdere

anche i frammenti della tua voce mi ha gettato nel panico, perché non m’era più possibile – paragonando

il mondo a qualcosa che amo – far riferimento a te.

Sono egoista, ancora?

Anche questo fa parte del compito che mi sono dato. Non usare la matita rossa, se puoi.

Accetta la scapigliata presenza d’un fragile poeta nella tua scollatura. Da lì ti darò piacere
in cambio di protezione, e anche questo è il discorso d’un bambino che addenta la mela non sua.

 

Ti aspetto, per quando scenderai da Saint Moritz con perline e barbagli legati all’oro dei tuoi capelli

nella luce engadinese.

 

Tuo tre volte - Fabio

 

(Pisa, 25 gennaio 1980)

 

 


 

 

Tenere il filo dell’orizzonte teso, Fabio mio, non è lavoro che le tue solitudini possano tentare.

Vacilli nel vuoto aperto dalla sospensione di due parole, solo per il gusto di assaporare il suicidio

nel silenzio che imponi alla carta.

Ne vuoi la prova? Mi sono tagliata estraendo la lettera dalla busta.

Ora l’assenza che c’è dietro le tue parole è disvelata dal rosso del mio sangue.

E so quanto poco ti pesi tutto il carico d’un compito senza soluzione, purché disperazione e sorriso legati

in dedica d’amore rispondano all’appello sotteso: che sia comprensivo (chiedi), che sia benevolo (speri),

che non rimpianga un solo istante con te, e maledica i giorni d’assenza dopo la separazione (sibili).

Sto tornando a Vecchiano passando per Pisa. Ti troverò, credo, sul mare. Come sempre agguanti la natura d’un luogo nella stagione opposta alla sua fioritura. Sarà così anche con me?

Ma la poesia che saprai estrarre dall’immaturità e dal deperimento sarà anche più autentica e alta negli esiti di quella visibile nell’equilibrio di una qualsiasi antologia, se per forza di cose priverai del nome

la mia firma.

Non importa. Io per prima sbaglio a mietere una terra selvaggia che non vuole essere domata.

 

E per questo t’appartengo, come la morte appartiene alla vita.

Tienimi a te, nell’indifferenza di questo mattino.

 

Tua tre volte

 

(Saint Moritz, 27 gennaio 1980)

 

 

È troppo chiedere di non spezzare con la fragilità del passo la calotta polare dentro la cui forma ho deciso di redimere tutta la mia letteratura? Il passo è il mio, così come i suoni emessi dalla carta intrisa di segni

che non riconosco più, Karoline, se cerco di rileggerli attraverso le velature del tuo sangue.

Ma tu li comprendi, per questo mi affido al rostro affusolato della voce che può, scalfendolo, sciogliere il gelo senza schianto.

Lascio la lettera sul cuscino per quando stasera ti stenderai accanto a me, e mi giudicherai sfacciato perché mi girerò sul tuo corpo predandolo, non appena ne percepirò il calore, come quel qualcosa che manca

per sopravvivere, e che ha a che fare con le funzioni vitali più che con la poesia.

 

Tuo, qui accanto. Fabio

 

(Vecchiano, 29 gennaio 1980)

 

 

 

Annoto il risveglio

(prima che svanisca ( del tutto

evaporato ) dalle mie cosce

alla pesantezza delle palpebre )

nel solleticare costante del sole sul tuo fallo,

e sbreccia il tuo sorriso addormentato a lato del cuscino

dove mi sono applicata sul tuo corpo

come al compito cieco dentro cui eseguire l’esercizio

della nostra salvezza.

Se poi anche il piacere s’è librato

in misterioso volo di falena, a noi resta

il cromatismo apocrifo di polpastrelli turbati

che ne rubarono l’ultimo battito d’ali.

 

Tua, in cucina.

 

(Vecchiano, 30 gennaio 1980)

 

 

 


Amore Karoline

le ombre che s’intrecciavano sfregando il tuo seno

sono il mio nome in saliva di lupo,

e più sotto ho creato un verso

per il nostro accoppiamento infantile e lascivo,

come sei tu quando scivoli sotto la cinta…

ti sto venendo a prendere e non lo sai.

Leggi, leggi la favolina in cucina…

Oggi in casa non c’è nessuno, e potrai urlare

perché –sappilo! - l’agguato sarà doloroso,

ma poi ne chiederai ancora…

 

(Vecchiano, 30 gennaio 1980)

 


 

Oggi ho sballato anche troppo dentro la tua gola. Tu, estasiato. Io, sfinita. Così mi riducono le tue attenzioni letterarie: a un’involuzione interpretativa, dove la parola non trova riparo.

Quando non ci sei, c’è la mia scrittura per te. Altrimenti c’è solo febbre, che mi asperge alla confluenza impropria delle nostre due nature.

Quando non ci sono, c’è la tua scrittura e basta: l’abbattimento d’un corpo in poesia che si rigenera

con l’egoismo inventivo del rampicante.

Chi è il vero artista, dimmelo?

 

(da “Formiche sui polsi”, bigliettino mai spedito a Fabio Nardi. Vecchiano 15 febbraio 1980)
 

 




 

 

‘Voglio essere la tua prima volta in qualcosa di irrimediabile. Una specie ineluttabile che fa della propria estinzione la più grande scommessa.’, mi hai sussurrato, carezzandomi i capelli e scivolando deciso

tra le mie cosce.

Sempre così mi procuri lo strazio dell’assoluto che s’apre una strada impossibile, nel vuoto periferico e finito del desiderio.

‘Voglio essere la tua incomprensione, che ammira il tramonto del proprio esistere solo come possibilità.’

Ti ho risposto aprendomi e lasciandoti entrare più in fondo, dove ancora non eri arrivato.

 

(da “Formiche sui polsi”, bigliettino mai spedito a Fabio Nardi. Vecchiano 16 febbraio 1980)

 

 


 

 

Mi accorgo d’appoggiarmi ad un’inconsistenza proibita e ricercata, tanto, nei segni dipinti dall’infanzia sull’ordito del tuo respiro. Tremante, allungo la mano temendo il rovesciamento della struttura: io, rapita dietro il vetro fluttuante della tua fragilità e tu, disperso nella caligine di ciò che resta della fiammata

sulla mia fronte.

Bene mio, Fabio… oggi il ritratto di Guarda mi osserva dalla finestra e non rilevo somiglianze tra ciò che c’è da una parte della lastra e ciò che giace dall’altra.

È per te la stessa cosa, affacciandoti verso il monte Spazzavento, questa sera?

Ma credo che lì le soluzioni possano ribaltare i quesiti, così come il piacere trova la propria origine

nella castità d’un gesto.

Se ti capiterà di vedere il falco, … è lo stesso di certo che ti indicavo sopra le nostre teste ogni giorno,

e che tu non riuscivi a vedere. A volte ho il dubbio d’esistere nel sogno degli altri.

 

Tua Ranocchietta sfinita dal viaggio…

 

(Guarda, 20 febbraio 1980)

 


 

 

Mia Ranocchietta Knabberchen,

ho inciso la mia nuova motivazione nel nostro incontro: inserirmi come un corso d’acqua in ogni tradizione artistica esistente, nobile o meno, con l’imprudenza del pioniere, o del folle.

Più volte mi hai parlato di pretesto, ma ti assicuro che tu non sei questo, per me.

Ho chiara l’importanza della tua presenza, del tuo amore… dovessi morire domani, morirei felice!

So che la latitanza che mi imponi a volte, e quella che io ti impongo, sono il giusto controcanto alla gioia

che striscia pericolosamente la lingua sulle gengive del reale (Leggi, mondo).

 

Il falco l’ho visto, mentre me ne scrivevi.

Non ci credi? Fai bene, sono un mentitore: e per te da oggi in poi lo sarò solo per dipingere lo spostamento della tua interpretazione del mondo (Leggi, reale) .

 

Sto arrotolando lo spago intorno alla trottola, in attesa della spinta dalle tue dita (è una metafora sessuale, sì. E mi fermerò alla retorica del brando: mi manchi, ti desidero, e quando sarai qui morirò agonizzante infilzato dai tuoi capezzoli aguzzi come le guglie della Chiesa della Spina).

 

Tuo, tuo, tuo.

 

(Vecchiano, 25 febbraio 1980)
 

 


Vecchiano Pissarro - Fabio Nardi foto per Karoline K


 

Presso la chiesa di San Francesco in Pisa fremono le tempie come battiti d’ali sul reliquiario del Santo.

La ruvidezza della tonaca è grattugia medicamentosa alle apparenze intessute sui Lungarni da cuori toscani ed elvetici, intrecciati.

Fabio scatta sulla pietra della navata che pare una molla: è il corridoio d’accesso all’inferno dantesco (dice), impressionato d’affidare il passo al marmo dove si conservano le spoglie di Ugolino della Gherardesca, trasferite qui dalla torre della muda dove si consumò il fiero pasto.

‘Ti scopro superstizioso?’

‘La mia è solo anarchica prudenza…’ accenni un sorriso lambiccato dalla devozione.

Cimabue e Giotto sono al Louvre…, sentiamo dire da una coppia di turisti che si aggira tra le sinopie

e gli affreschi di minor pregio.

‘C’è molto spazio gestito con leggerezza, non sembra un luogo di culto, ma l’imbocco di qualche camera nobiliare…’ commenti dissimulando tutto il peso della fede.

‘Ti amo, anche di più, quando ti spogli in tutta fragilità e mi rammenti il tuo nome.’

‘Perché, Karoline, …come mi chiamo?’

‘Sorrideresti di questa ingenuità, amore…’

 

(da “Formiche sui polsi”, Pisa 1 marzo 1980)

 

 


 

Ti leggo nel ricamo di poche gocce di saliva sul mio petto.

Hanno aperto la pelle ad una rifrazione tanto oscena quanto agognata…

ho giocato col mio sesso a lungo, sperando di dimenticare la robustezza del tuo ‘coso’ (come lo chiami!) ma solo tu hai il mestiere di riempirmi ogni pertugio – anche in forma di memoria –

e questa dipendenza da te mi snerva! E se te la confesso so che quando ci vedremo mi divincolerò

e non mi concederò per giorni!

Sono l’eroina boccaccesca che attraversa la tua tradizione erotica.

Mi sculacceresti, per questa ammissione?

 

Tua Karoline Knabberchen

 

(Guarda, 10 marzo 1980)

 

 

 

 

Caro Fabio,

ho inventato per te altre quattro stagioni,

conosco la noia che t’assale nel perpetuo circolo.

Così capovolgo i giorni per una nostalgia capace

di agguantare anche la gioia e il suo sbocciare.

Mi chiedi due cose: un frutto che ti nutra per tutto l’anno,

e del bianco su cui inventare per me, sempre.

Il frutto l’estraggo dai polsi, che mescolo alla tua saliva.

Continuerai a suggere l’inestinguibile atto

che accende sui Lungarni le sere pisane,

ovunque e in ogni momento.

Il bianco su cui faccio stendere la pulsione che t’avvince

è la chiara movenza del seno sopra la tua bocca. I polpastrelli

sfiorano la superficie, quel tanto che basta a crederci.

 

Oggi mi ritroverai in biblioteca, appiccicata alle pagine di Hegel e ti parrà ch’io desideri mi possegga davanti ai tuoi occhi. Assillo sarà la concupiscenza del tuo sguardo, e desidererai la morte d’ogni filosofia.

Avrò vinto il premio della distanza che ricomponiamo per ogni nostro incontro?

Se dopo questo biglietto non mi odierai più di quanto tu già non faccia imponendo la tua letteratura

alla mia postura incerta, vienimi a trovare… Ho voglia di te, più di questa mattina.

 

Tua Karoline Knabberchen

 

(Pisa, 13 marzo 1980)
 



 

 

Mia Ranocchietta… No, mia Karoline (oggi sei la qualità mancata dell’indulgenza sulle mie gote).

Racimolo vecchie storie da raccontarti, per quando sarai (ancora) la mia solitudine sdraiata a pochi centimetri dal corpo.

Ho raggiunto la macchina, mi sono accorto che non avevo le chiavi. Nulla di strano, chioseresti, capita sempre. Poi le trovi in tasca. E così è stato: dalla tasca ho estratto le chiavi che tintinnavano con la tua voce un vago rimprovero: d’essermi sbagliato, di non amarti come è giusto, come meriti.

 

A volte la paura è tale da inondarmi l’ugola come un mare irrisolto nel deglutire selvaggiamente un nome.

Il tuo nome, che strozza l’agguato teso tra me – e me.

 

Il biglietto lo butto. Anzi, lo mastico e cerco di digerire l’inadeguatezza verso un continente che chiede

il tocco della mia mano, per conoscersi.

 

Stasera farò lo scemo. Tuo Fabio

 

(Pisa, 14 marzo 1980)

 

 

 

 

RIGAGNOLO SENZA SORGENTE PER L’ORTO DI MORETTI

scrivere è il sonno turbato da cento scricchiolii / scrivere è una corsa lungo mura in cattiva salute / scrivere è un volo controvento convinti d’esserne sospinti / scrivere è l’ispirazione sotto vuoto spinto

scrivere è la punta della matita trattata male / scrivere è la trapunta per il velo di una sposa senza attributi / scrivere è la tortura di una penna che ti solletica il cuore / scrivere è un vestito fuorimoda rovesciato / scrivere è il passo lieve sul terreno d’altri / scrivere è rivolta con la lingua capovolta / scrivere è l’avvenire di una mosca che non ha deposto uova / scrivere è uno scivolone sui cornicioni umidi del testo / scrivere è salire una scala malferma che porta alla soffitta di tutti / scrivere è tutta la mia cattiveria /

(1979)

 

Quando trovai questo biglietto, piegato nella tasca della giacca di Fabio, provai l’emozione dell’etologo che dopo anni d’analisi e preparazione su di un particolare fenomeno da lui studiato, si trovi completamente impreparato nel vederlo compiersi sotto i propri occhi. È un attimo, che riga di sgomento la complicità con la materia che credevi di conoscere.

S’aprì uno iato incolmabile tra me e ciò che –di me-sorreggeva ogni possibile discorso. Il ponteggio del cuore che doveva unire i nostri linguaggi divenne l’argine che Fabio, con la sua scrittura, avrebbe grattato fino all’erosione. In quel preciso istante capii che non avevo scampo.

Appartenevo al mio carnefice, mentre egli tentava con ogni mezzo di salvarmi.

 

Questo accadeva nel febbraio 1979. KK

 

(da “Formiche sui polsi”, Pisa 14 marzo 1980)

 

 




Vecchiano  Carrà - Foto Fabio Nardi per Karoline K.


 

‘A volte ti guardo come fossi il lampo istintivo lanciato dalla mia iride verso il reale.’ - mi dice Karoline, leccando il gelato, con occhi che paiono Erinni infuriate, pronte a scagliarsi sulla loro stessa natura –‘Altre, credo tu sia la candela che arde la fiamma, a che un giorno, paziente, la consumerà.’

(Queste parole appuntate da Fabio Nardi, avrebbero forse dovuto entrare a far parte di una poesia, o diventare didascalia per una foto mai scattata. Riportano la data del 15 marzo 1980, a Pisa)


 


 

Nel balbettio indifferente della pioggia sul vetro, vedo risalire – fatto increscioso – una goccia, sul luogo fragile che così decisamente interpreta l’oltre in cui mi nutro.

Fabio riposa, la luce grigia penetra lo strato di nubi e mi rivela per la prima volta il suo fianco – come quel suono spiovente sulla labbra schiuse per mordere.

Sarò la frequentazione della sua spada sguainata, mi dico. Potrei resistere abbastanza da salvargli la vita.

 

Con questo pensiero mi ritraggo nel letto, come l’artiglio appagato d’un felino vibrante di fusa.

Non sarai mai mio. Mai, e tutto di te posseggo.

Sussulti nel sonno se ti carezzo il pene, che subito risponde piangendomi sulla mano la tua estraneità.

 

(Karoline Knabberchen - da “Formiche sui polsi”, Pisa 15 marzo 1980)

 



 

 

Fabio mio,

questa notte ho sognato d’essere un uomo. Possedevo una ragazza, sotto di me.

Ho goduto al maschile, ora so cosa provi quando esci da una donna.

 

Ti vedo oltre la barba che lasci incolta solo quando si avvicina la bella stagione: il chierichetto intonso

sta rannicchiato con il pugno chiuso e sanguinante: espiazione di qualche atto impuro?

 

Per distrarre i fantasmi della mattina presto, penso a quando mi hai fatto vedere il film Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto, e poi – ridendo – m’acciuffasti chiamandomi “puttana industriale”…

 

Sono scheggiata dentro ricordi e lasciti che vivono e muoiono con autonomia protozoica.

Non ti inquietare troppo, mio bene.

 

Finirò, come il mare in agosto.

 

Karoline Knabberchen

 

(Pisa, 20 marzo 1980)

 

 



 

Ieri sei stato crudele.

Hai detto sarò il tuo personale voyeur, e carezzandoti mi davi ordini. Io sulla poltrona, tu sul divano.

Sono stata una schiava molto brava, e la tua voce è luciferina quando sussurri ‘vieni… da brava’, e poi t’ho implorato d’entrare in me. Tu, sorridente col tuo membro turgido, parevi una condanna.

Ho goduto davanti ai tuoi occhi, e tu godevi nel vedere le mie lacrime scendere precise ad ogni contrazione.

 

(Karoline Knabberchen - da “Formiche sui polsi”, Pisa 3 aprile 1980)



 

 


Piango la mia superficialità, cara Karoline.

So che a volte ti ferisco, ma il luogo e il tempo nella mia memoria non si incontrano.

Rimango una vaga impressione anche a me stesso.

Sei a Pisa?

Sì, ti ho vista davanti alla facoltà di filosofia. Cercavo parcheggio per la Mini…

Credevo tu fossi ancora in Svizzera.

Credimi se ti dico che non capisco in cosa consista questa mia spietatezza, da dove mi prenda.

A te confesso ogni cosa. Mi puoi credere?

Mi raggiungerai stasera in Piazza Santa Caterina? Alle nove sarò lì. Aspetterò un’ora… no, aspetterò finché non verrai, perciò vieni, se non vuoi che passi la notte all’addiaccio, … son previsti temporali, un fulmine potrebbe colpirmi e lasciarmi invalido per tutta la vita… o, se m’andasse bene, mi verrebbe la febbre,

la tosse, la polmonite e son certo che tutto questo avrebbe serie ripercussioni sulla mia fava.

 

Ascoltami, sono disperato!

 

Tuo Tuo Tuo! Fabio

(ma lo vuoi capire sì o no che amo solo te?!)

 

(Pisa, 26 aprile 1980)

 

 

 

Ecco Fabio dove zoppichi, dove il tuo volo assomiglia al raglio d’un asino.

Inizi sublime, m’apri alla tua conoscenza… e poi scivoli nell’irreparabile scemenza!

La mia natura, e non voglio biasimare la tua, è impressionabile come quella carta che usi per le stampe fotografiche. Se dischiudi uno spiraglio e vi penetra luce, in me resta impresso qualcosa di indelebile. Così ti porterò per sempre senza poter cancellare neppure le ombre che m’hai dimostrato esistere in te.

 

Abbassi il tono dell’anima a una facezia da bar di paese.

Ma in te c’è tanta purezza. E la purezza è crudele.

Se verrò - e sia chiaro!, lo faccio per salvarti l’anima più che la fava! – promettimi che accetterai il mio silenzio su questi giorni trascorsi a Pisa senza di te. Non farai l’ispettore Maigret dei Lungarni.

 

Ho la necessità di conservare questo piccolo spazio in cui tu non ci sei. O, se ci sei, t’ho in pugno e mi pare d’essere ancora padrona di qualcosa.

 

Tua Karoline Knabberchen

 

(Pisa, 26 aprile 1980 – bigliettino sul tergicristalli della Mini Cooper di Fabio Nardi)

 

 


Vecchiano Sisley - Foto Fabio Nardi per Karoline Knabberchen

 

Ho preso a pretesto la tua nuca scoperta, indifesa sullo sfondo della chiesa della Spina, per immergermi nell’esattezza tattile del corpo del Cristo.

(Scritta sul retro della foto scattata da FN a KK dentro la Chiesa della Spina)

 

Karoline balbetta nell’ombra la sua propensione al suicidio, scomparendo esangue nel buio

che intesse coi marmi un dialogo d’inquieta bellezza.

Tu lo intendi?, le chiedo, ma non la vedo. E lei non mi sente.

È aperta sul vuoto dell’eco cantata dai tacchetti delle scarpe sulla pietra. Brivido. Ho paura che mi sentano

i morti… La chiesa giaceva sotto il livello dell’Arno. Chissà come hanno fatto a trasportarla quassù?

La tua premura è assoluta anche sotto metri e metri d’acqua. Penso. Ci credo un po’ troppo, forse.

 

(Pisa, 30 aprile 1980, appunto di FN)

 


 

Caro Fabio,

oggi raggiungo a fatica lo scrittoio.

Una febbre spessa mi benda la fronte, la mia magrezza pare il disossarsi concupiscente della notte

nel mondo.

Ho da giorni la sensazione d’essere seguita. E con premura eccessiva scendo ogni sera a sincerarmi che la porta d’ingresso sia chiusa, e controllo a mio padre e mia madre (addormentati) il respiro.

Quella che chiami la mia ‘teoria del complotto’ torna periodicamente a farmi visita, e sempre più spesso accade dopo i rientri pisani.

Senza il nostro legame sentivo l’incompletezza nel vivere; ora che da esso sono travolta (davvero ho scritto così?, essere travolta? puoi ben tirarmi le orecchie per questa indulgenza eccessiva al mio manierismo romantico) – meglio: ogni esposizione eccessiva ad esso, mi assale in contraccolpi emotivi parossistici, che tu non ami. Ma non m’importa, te ne parlo perché sei assolutamente lontano e sei assolutamente il mio Bene.

 

Questo pomeriggio è venuta a trovarci mia zia. Conosci le cuginette. Carine, non prive di una qualche sensibilità, che svanisce però con incredibile rapidità davanti all’utile, al calcolo per ogni possibile ritorno materiale e non. Sono giovanissime, però mi è ancor più penoso riscontrare le più grette caratteristiche borghesi in ragazzine che devono ancora conoscere il mondo fuori dalla porta di casa.

Insomma, sono venute e hanno portato il loro nuovo gingillo: un criceto russo, un cosino grigio peloso con occhi che paiono due nere capocchie di spillo. Lo hanno tratto fuori dalla gabbia per mostrarlo ai miei genitori e a me. Lo spingevano sotto il mio naso e la creaturina, in un impeto vitale, tentando di ribellarsi alle carceriere, ha avuto come uno scatto e s’è liberato dalla mano che lo stringeva. È caduto ai miei piedi, a pochi centimetri dal tappeto (che avrebbe potuto attutirne la caduta), non s’è rialzato ma s’è contratto in uno spasmo terribile: spalancava la piccola bocca in qualcosa di simile ad un urlo privo di voce. Gocce di saliva nella caduta erano schizzate sul mio piede nudo. D’istinto mi sono piegata a raccoglierlo, però mia zia l’ha agguantato, dicendo che non s’era fatto nulla, che era solo uno choc passeggero, mentre le mie cugine piagnucolavano per lo spavento. Il corpicino è stato deposto all’interno della gabbia, celato alla vista dal cotone che questi animali usano per farsi la tana.

Dopo un po’ nessuno se n’è più curato. Le mie cugine temevano solo che non si potesse più giocare con lui, e già ne chiedevano un altro.

Io non ho avuto il coraggio di guardare dentro la gabbia. La osseravo da lontano senza sapere cosa fosse meglio sperare: che fosse sopravvissuto, o morto senza troppe sofferenze.

 

Sono stanca anche per questo: non ho chiuso occhio nelle ore successive, e neppure adesso che è notte fonda ho cuore d’addormentarmi. E mi sento colpevole di qualcosa.

Se puoi non sgridarmi. Avrei bisogno di tutto il calore dei tuoi baci per trovare la forza di far circolare altro sangue nel corpo. Mi fido solo delle tue braccia. Oltre a te, io non esisto.

 

Tua Karoline K

 

(Guarda, 5 maggio 1980)

 

 


 

Karoline, mia ranocchietta occhi belli!

Mi racconti della tua pena, mia agnellina sacrificale, e io qui chierichetto impenitente picchio le nocche nel muro perché non so starti accanto! Perché non sono lì con te. Ti regalo un gesto che non approvi, in cambio della tua eccessiva malinconia.

Così siamo pari, accettiamo l’uno dell’altro le suture che ci espongono al Male, ce le baciamo tentandone la guarigione.

Il piccolo Fabio costruiva le fionde migliori di tutto il paese. Lo faceva con le gomme dei pneumatici che il padre a volte lasciava nella rimessa, lo sai. E con quelle fionde andava a caccia di animaletti molto simili a quello che descrivi nella lettera. Ma spezzerei una per una quelle fionde, lo farei!, pur di togliere un poco di pena al tuo racconto, pur di alleggerire la sorte non dell’animale, ma la tua. Perché, Karoline, è pieno il mondo di questa inutile sofferenza, e non possiamo cambiare di una virgola le cose. Ma se salvassi te, te solamente da una parte di questo dolore, sarei un chierichetto davvero buono. Avrei fatto ciò che il Cristo chiede, e per cui ora guardo la mia mano sanguinare.

Come posso salvarti, mia Karoline? Dimmelo...

Tuo, tuo per sempre, Fabio

 

(Vecchiano, 6 maggio 1980)

 

 

 

Fabio,

tu non mi parli mai come fossi un problema da risolvere e così m’è dato ammirare il tragico svolgimento di un compito che mi riguarda, ma che non sono io.

Ho combinato le tue parole in un ordine diverso, ‘sparso’ si direbbe... ne ho ricavato la tramatura essenziale, inedita per tutti i nostri ritorni.

Ieri sera mi hai chiamato da Lucca. Eri per strada con una manciata di gettoni... Mi hai comunicato l’ultimo nostro acquisto (così l’hai definito, e non puoi capire quanto un semplice aggettivo che attraversi e valichi le Alpi passando da un capo all’altro d’un filo, sia il miglior equilibrismo per reggere la necessità di raggiungerti sobria d’immaginario al nostro prossimo incontro): un volume sulle avanguardie, poi l’ultimo gettone è caduto, non ho sentito l’edizione, né altro che riguardasse l’acquisto. Quel duale mi è bastato per capire che è un buon volume, e che lo leggeremo assieme presto.

Le febbre va e viene, ma ho deciso ugualmente di mettermi in viaggio. L’aria di mare mi migliora sempre la salute e l’umore, e non ci rinuncio. Credo però di arrivare in treno, questa volta, benché certo allungherò di un po’il viaggio. Non me la sento di guidare... così ti anticipo che dovrai far fare gli straordinari alla tua Mini Cooper. Portala dal tuo meccanico di fiducia a Vecchiano, falle controllare le pastiglie dei freni! Che non ci capiti come l’ultima volta, di dover rinunciare alla gita a Marinella per paura di un incidente.
 

Tua Ranocchietta

 

(Oggi sto molto meglio: il ricordo dell’animaletto si è sedimentato e come un rito di passaggio agisce e si muove nelle mie notti. Ma credo mi parli bonariamente quella faccina contratta nel dolore, mi dice ‘Karoline, non ti affaticare, era necessario questo nostro incontro: l’angelico non è ingenuo, mai!, anzi ha a che fare col tragico e tu DEVI sopportarlo’. Rabbrividisco a starlo ad ascoltare, con gli occhi fissi nel buio, prima di addormentarmi, pure mi pare di comprenderne piano piano il sacrificio. Mi è tornato a mente Levinas, che leggo quasi come il Pater Noster prima di spegnere la luce. Tua KK)

(Scusa la mia poca applicazione e forse mancanza di entusiamo ai temi politici che mi proponi. Ne discuteremo da vicino, per ora non ho la forza – neppure al telefono – di parlar d’altro che non sia noi. In questo sarò kafkiana, e so che ti piace. Quindi baciami come fai sempre dopo un’assenza prolungata, e poniamo un punto anche alla questione ‘...quella volta in Lotta Continua...’. Abbi pazienza.)

 

Tua Tua Ranocchietta

 

(Guarda, 8 maggio 1980)

 

 

 

Mio Casanova vecchianese,

sei spudorato! Spudorato, e ti meriteresti il mio silenzio.

Cosa vuol dire ‘...con lei non c’è mai stato nulla...’ e ancora ‘...le ho solo toccato il culo e lei è scappata urlando!’?

Con la scusa di raccontarmi tutto (sincerità come attenuante per la tua vanagloria in toscana favella!) ti piace lavorare come il tarlo della gelosia! Ti diverte tormentare. Lo hai sempre fatto, credo, con le tue fidanzate.

E immagino ti appaghi codesto meccanismo, visto che lo riproponi a me, qui tra le Alpi, a chilometri di distanza: al tuo bene più caro...

ma chi ti manda un bigliettino, oggi, è Milena, che cita da una lettera del suo grande amore: ‘O il mondo è piccolissimo, o noi siamo giganteschi, e in ogni caso lo empiamo completamente. Di chi dovrei essere geloso?’

Hai dunque capito che i tuoi giochi mi raggiungono e fuggono come la lieve perturbazione che ha bagnato le montagne qui attorno questa mattina?

Non puoi perdermi, neppure quando (so che accade) senti tutto il peso di questo riconoscerti in me.

 

Il mio biglietto ti raggiungerà dopo qualche scorribanda viareggina, e sia! Ma quando ripenserai alla tua serata di (innocuo) dongiovannismo, scoprirai che Karoline non era mai uscita dal tuo letto, e sempre lì t’aspetta, t’aspetterà... foss’anche la donna d’un altro, ormai!

 

Karoline K

 

(Guarda, 25 maggio 1980)

 


 

Walcourt (cour brut!)

 

Briques et tuiles

O le charmants

Petits asiles

Pour les amantes!*

 

Ma come ti sei infilata nel pointillisme di Theo van Rysselberghe, nuda di spalle con Verlaine e la sua cantilaine, immersa in luce calda che nordica barbaglia sul mio letto vecchianese?, e vedi me alle prese con la tua mano, alle tese mutevoli attese (senza sorprese!).

Ti giuro, o mia Karoline, tra tutti i puntini che schiaccio per fermare la luce che corrode l’acqua nella pupilla, riverso la mia devozione (non priva d’azione meritevole): sii dunque caritatevole d’amor costante e sempre di me bramante!

 

Perdona il Casanova pentito, tuo amor convertito in amor totale!

E sia, mi lasci? Non sia banale il mio pentimento, avvinto da sentimental tormento!

A chiederti perdono tutta le mia grulleria ti dono,

 

Tuo tuo tuo alla tua bocca avvingts, uno dei Vingts

 

Fabio Nardi

 

PS Mai t’ho tradita, ne lo farei, mi sia testimone Man Ray!, con la rayographia che ritrae ogni filosofia

per te, dall’amor visuale, all’amor carnale!

 

(Vecchiano, 27 maggio 1980)

 

*(Mattoni e tegole,

Oh gli incantevoli

Piccoli asili

Per gli amanti)

 

P. Verlaine – Paesaggi belgi, da ‘Romanze senza parole’

 

(Assieme alla lettera, allegata carta fotografica impressionata con il libro ‘Romanze senza parole’

di Verlaine)

 


 

Fabio mio,

lo scudo allegro del tuo sguardo rimanda i contorni lattiginosi di Campo de’ Miracoli, sotto la pioggia alpina.

Esistono ancora i suoi marmi, oltre questo pensiero? Dentro le mura che infilzano coi merli il cielo,

io sono la creazione momentanea del tuo mito engadinese.

Cosa ci faccio qui, di nuovo?, da sola?

Riescono appena sopportabili le desinenze del mio dialetto in assenza del tuo nome.

Esisto, io, in assenza del nome col quale mi chiami vicina, nel letto?

 

Assisti alla mia tragedia in atto unico, con me che attendo la soluzione dettata dal tuo deus ex machina

dalle nuvole, e trova sistemazione ai sofismi di qualsiasi promessa.

Sono abbastanza reale, così esposta?

Ricordati con quale valenza s’accosta la mia parola al tuo gesto, e viceversa.

Potresti negarmi l’ultimo respiro?

 

Mio Bene, abbi cura di te, io sarò presto a Vecchiano...

 

Tua Karoline Knabberchen

 

PS Il pentitisme tuo pointillisme ha fatto breccia sul mio animo e Man Ray m’ha ricordato dove sei. Possiamo ricomporre la nostra immagine scostando il bianco esposto sulla tela, nel “Nudo seduto”?

Giovi alla mia salute, credimi!, più delle cure del dottor Schwarz di Saint Moritz!

 

PS Mi concedo un breve viaggio con papà in Austria, due, tre giorni al massimo. Partiamo per itinerari che accostano la grammatica tedesca a quella nostra famigliare. L’accostare due rigidità potrebbe rigenerare la struttura ontologica della tua Ranocchietta?

 

(Guarda, 1 giugno 1980)

 


 

Fabio mio,

allungo il soggiorno in Austria con papà.

 

Presso Melk, per visitarne l’Abbazia.

Qui nell’aprile dell’anno scorso, durante la nostra permanenza viennese, non siamo venuti.

Mi pare di sentirti ancora perentorio affermare l’imposibilità a sopportare l’alito di tutto questo barocco che pare una cattiva digestione architettonica: attraversavamo il Wachau - delirio color albicocca -, e il Danubio strofinava l’azzurro sulle nostre cosce percependoci appena, una presenza sovrapposta agli argini. Questo contatto era la segreta ricompensa al nostro libertinaggio da passeggio.
 

Devi essere più disubbidiente, ti dissi allora, e oltrepassare i cortili con cadenza remota:

le fondamenta le reggono i mille filari d’uva di questa regione. Non fidarti degli argomenti ululati dall’architetto Jakob Prandtauer: sotto le dorature massicce Leopoldo II suggerisce al pellegrino

il suo viaggio.

 

Mi porto direttamente nella biblioteca, e accanto a me Maria Teresa ancora sussurra sul collo ai visitatori

Se non fossi venuta qui, me ne sarei veramente pentita’.

Dal punto in cui siedo è partita la più grande riforma monacale di tutto il Sacro Romano Impero. Qui mi abbatto sulle ginocchia, e il mancamento è scambiato per devozione da un gruppo di Benedettini:

poiché cadere davanti alla croce equivale a santità imposta.

Questo fraintendimento è il mio destino, come giacere sempre un po’ a lato della Verità.

 

Capita anche con te, dentro il tuo abbraccio, tutto l’inconsueto racconto d’un’emancipazione spirituale

che parte dal corpo. E’ cadere davanti al simbolo inverso. La breccia dell’onda nel sale.

 

I codici miniati sono il cruciverba giocato sulla spina dorsale del Danubio, un racconto a partire dalle assenze. Mi chiedo infatti quali siano i libri che l’Inquisizione vietò, a quale sapere appartengo, che m’è definitivamente negato.

Ovunque guardi, ti interpreto come il nero nel gioco che delimita la definizione a me prestata

in ogni direzione.

Provo a inciderti in me come un’immagine, e ritorni a te in frammento’,

m’hai rivelato a Pisa dopo l’amore, agguantandomi dentro l’unico raggio di luce attraverso le tende.

Hai definito l’equazione che ci descrive. Un compito da filosofi.

Oltre a te, io non esisto. Mi pare d’avertelo già scritto, vero Fabio?

 

Ci vedremo la prossima settimana fuori dalla facoltà, o al caffè dell’Ussero sui Lungarni.

Cerca di sedurmi come fossi la tua parte più occulta.

 

Tua Karoline

 

(Melk, 5 giugno 1980)

 


 

Fabio mio.

Vieni con me questo fine settimana?, investitura del primo caldo che fonda il mito claudicante dell’essere.

Edipo custodiva il segreto della sua andatura nella L greca (leggi ‘lamda’) - prima lettera nel nome del padre Labdaco, maturazione della sua sorte.

È lo strutturalismo levistraussiano da taschino, che fuoriesce allegro da questa mattinata che è già tutta estate,

 

‘brezze serene di venti gentili’

 

scrivi dietro la cartolina che mi lasci sotto la porta di casa dentro un gioco rovescio:

tu antichista, io musa surrealista.

Rebus sciolto bilanciamento su filo bianca saliva, tra una riva e l’altra dell’Arno.

Alceo, cielo sotterraneo - scompiglia i tuoi ricci - ribaltamento esibito per noia – è la risposta.

mi garbi così, guerriero da Bussola viareggina!

 

A dopo, a dopo...

 

Tua!!! KK

 

(Pisa, 7 giugno 1980)

 


 

Musica come visione assunta a tavolozza del sogno:

suona nel rosso d’uva la melodia incauta del mutamento.

Rachmaninov mi tratteggia sul pentagramma del tuo capo,

abbozza l’assurdo escluso dalle regole sociali per gli amanti fragili

nel cerchio familiare della derisione –

(tu mi comprendi meglio nelle ramificazioni dei segni

che delimitano la visione pacifica d’un quotidiano mercanteggiare)

 

Siamo sempre incostanti, per non dover assumere la postura d’un’ideologia

ci suggeriscono i tasti bianchi durante l’ascolto,

estraiamo il petrolio dell’arte dal crollo febbrile della tua storia dentro la storia

ammiccano i tasti neri, combattenti clandestini dentro l’idea di Patria.

 

Ascolto musica come un volano felice nel mezzogiorno da spiaggia.

‘Come fai a portare la Russia della slitta aperta di Rachmaninov

in volata verso la Scandinavia,

nello scricchiolio feroce delle cicale,

qui tra i pini a Marina di Vecchiano?’

 

Ti sorprendi, vuotando piano la sabbia dalla tua mano sul mio piede bianco.

 

(da Forniche sui polsi, 8 giugno 1980)

 

 

Tua carne scivolosa poesia,

Karoline mia!

Perché ho l’impressione di perderti, lì dove t’incontro?

 

Tuo Fabio

 

(Telegramma, Pisa 25 giugno 1980)

 


 

 

Del mio inguine si nutre la tua coca letteraria!

Raggiungimi dove la parola si perde preda

nell’incavo magnetico del mio seno.

 

Tua KK

 

(Telegramma, Guarda 25 giugno 1980)


 


Scuola di Barbizon Vecchianò - Foto Fabio Nardi per KK

 

Escandescenza colata dall’estinzione d’un giorno. Nostra serata che siede sul Lungarno Fibonacci.

‘Quand’è che mi rappresenterai – lente del dettato cospicuo e infantile

d’una poesia che non ne consuma l’estetica?’

 

‘Ti leggerò i frammenti degli Eleati, e poi ti dipingerò accanto a Senofane e Parmenide,

collante eretico dei tuoi capelli tra due generazioni nell’adolescenza

(adombrata-coscienza) della filosofia.

Ti senti al sicuro nella metrica ontologica d’un frammento?’

 

‘Io veramente pensavo al poema del Dighenìs Akrìtas, o alla Cronaca di Morea.’

‘Ma di cosa stai parlando?...’

‘I ghirigori della lingua bizantina attraversano i secoli con l’indulgenza del bambino verso la fiaba.

Sapresti rappresentarmi accosta a Galla Placidia, nell’immobilità ieratica calcata in due sole dimensioni?’

‘Karoline, rigeneri il linguaggio inaridito dalla consuetudine a vivere una grammatica di simboli.

Ma a te voglio dare la terza dimensione: perché tu possa scaturire dal contrasto cromatico nell’eternità ammansita pietanza.’

‘Non credi mi si addica maggiormente l’opacità cavalleresca negli arazzi della Dama con l’Unicorno?’

Dico scherzosa

‘...purché sia medioevo...!’

Aggiungo

 

T’impigli nero di ciglia a cavallo d’un battito di palpebre, Fabio.

Prima e dopo, come vivrò?
 

(Formiche sui polsi, 30 giugno 1980 - Karoline Knabberchen)

 

 

 


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