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:: Karoline Knabberchen in Liverpool Street a Londra. A cura di Claudio Di Scalzo
23 Agosto 2015


 
Paoline di Metternich - Degas




 

KAROLINE KNABBERCHEN IN LIVERPOOL STREET A LONDRA

(a cura di Claudio Di Scalzo)


Caro Fabio,

devo dirti alcune cose prima che un sole improvvisato in Liverpool Street ne scolorisca gli argini. Qualcosa ha tracimato, in me o da me. Credo di dovermi rimproverare, ma vorrei fossi tu a farlo perché certo comprenderai meglio quanto ho da dirti, e saprai – come sempre – ricostruire dove le falle abbian fatto scempio d'ogni confine.

Oggi sul Tower Bridge ho perso la tua copia della Terra desolata. È scomparsa nel ribollire della corrente, tra le eliche dei traghetti. No, non l'ho gettato: il libro s'è divincolato dalla mia stretta, e s'è inabissato. Ho avuto paura di quel salto, quasi si trattasse di una premonizione.

Fear death by water”, ha sussurrato prima di scivolare in basso. Da quel momento qui a Londra ho incrociato più volte Madame Sosostris – a volte, non vista, l'ho spiata mentre rimestava le carte; altre, ho avuto l'impressione che cercasse proprio me lungo le rive grigio-perla del Tamigi, o nelle strette vie piene di gatti coi quali dialoga in silenzio. Senza quella naturale coperta di protezione che era il tuo regalo, The waste land sembra precedermi ovunque, il suo accento corrosivo pare la metrica di queste lunghe giornate estive.

Fino a ieri mi sentivo al sicuro solo alla National Gallery, da oggi non più. M.me Sosostris ha preso a trascorrere le sue giornate tra le stanze dedicate a Turner e Constable (per questo, nonostante fossi venuta a Londra sopratutto per quest'ultimo, non vi ho ancora messo piede né ho intenzione di farlo – dunque addio ai miei propositi di placida, appagata sottrazione da tutto questo sciabordio dissolvente nel colore, dall'inelluttabile incontro con “l'altro” che m'aspetta al centro della sala 44): dalle grandi porte finestrate la vedo mescolarsi ai visitatori, confondersi, per poi riapparire improvvisamente con uno sguardo completamente trasfigurato: mi fa cenno di no col capo, e mormora qualcosa – vedo il movimento delle labbra, ma per quanto io osservi attentamente non afferro il senso delle sue parole. E se non fossero parole? A tratti mi dà l'impressione riproduca un verso, l'addolorata voce degli antichi - come l'urlo della balena quando l'arpione ne trapassa il fianco - smorzato da una sostanza che non è più aria; e pure le vesti prendono la fluttuazione del precipite, ma al rallentatore.

Io me ne sto sempre tra la stanza 43 e 45, dove credevo lei non avesse accesso alcuno.

 

* Impressioni davanti a Redon *

Ofelia irradia verso lo spettatore – spettatore di morte – una luce paradisiaca. Incarno mitologico senza deità. Se non fosse immersa nella sua stessa luce, mi scorgerebbe? Proverebbe qualche pena per me? Tutta luce inquieta, incanto, forse perché nessuna divinità s'è presa la briga di esserne la fonte. Ciò accade durante la morte per l'acqua: fondo luminoso senza dio. Se devo parlarti dei colori, posso dirti che sono molto più vivi che in qualsiasi delle tue e mie riproduzioni, nei libri d'arte che sfogliamo in mansarda. Che ossimoro di colori e morte! Accanto, Le coiffure di Degas pare smorzarsi nelle intenzioni: il rosso eccessivo, volutamente volgare. Questo perché sono ancora corpi, con una loro solidità e movimento.

Un particolare salace, la testa di Ofelia ha la stessa inclinazione di quella della giovane peigné di Degas. Le hanno poste una accanto all'altra, come amanti gelose davanti all'amato; pure non riesci a capacitarti di chi tra le due stia davvero vivendo.

 

(Avrei bisogno di riposarmi nelle pieghe dei paesaggi di Constable, rendermi più naturalmente abile all'interpretazione di questi segni. Se M.me Sosotris è lì e mi aspetta, lo fa per inquinare l'agibilità delle brughiere, le acquose pupille dei buoi, la laboriosità della terra prima di qualsiasi desolazione; quella che accoglie nel placido grembo l'ossario delle nostre memorie, con bontà bovina lo lavora trasformandolo in altra terra)

 

* Degas *

La principessa Paoline di Metternich: incastonata tra due evoluzioni di segni come lo spettro del tempo che incarna. Fissa lo sguardo una spanna sopra la spalla del più alto visitatore. Sta per essere cancellata, ogni attimo lo trattiene nella consapevolezza dell'inutilità del gesto – il gesto pietoso, che l'ha salvata dal dissolvimento: la trasfigurazione amorosa del pittore (perché, Fabio, il gesto salvifico non è mai esclusivamente estetico: la grazia deve estrarci, come Degas ha estratto da una fotografia la figura che vive in quel mosso sfumato; allora anima e corpo sopravivveranno nell'eterno rappresentato dall'amore). Degas la ritrasse con mano certa di Sotèr. Estrarre e ritrarre sono le due facce della medaglia: come vita e morte, come morte  e resurrezione. Fleba il Fenicio traversò gli stadi della maturità e della gioventù/entrando nei gorghi: Paoline lo fece traversando quelli nerofumo al piombo dell'impressione fotografica. Ma, come Fleba, sarebbe per sempre scomparsa se qualcuno non ne avesse interpretato ogni inclinazione, prima del dissolvimento.

Fabio, vorrai essere tu il mio interprete dalle profondità della dissoluzione?




 


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