
Karoline Knabbechen tra baite engadinesi.
1981. Foto Fabio Nardi
KK
(Guarda Engadina Svizzera 10 aprile 1959
- 20 agosto 1984 Isola di Austvågøy Lofoten Norvegia)
Karoline Knabberchen
HEY SI ALLONTANA DA CASA
1981
Mi chiamo HE ma ci ho aggiunto in età della scelta, sovvertendo la lettera ebraica, significante soffio o puro suono, una Y; così son HEY. Possono chiamarmi sorridendo, attirando la mia attenzione con confidenza; o allontanarsi scandalizzati a capo chino dopo aver pronunciato il nome.
Sono cresciuto con l'angustia inquietante che qualcosa di potente si sarebbe manifestato, prima o poi, attraverso la mia fragile vita. Per questo, deduco, da piccolo non suscitavo simpatia o tenerezza come tutti i piccoli nei grandi; bensì un timore vagamente dissimulato.
Grandicello, un giorno mi allontanai da casa spingendomi oltre il fiume che divide la città alta da quella bassa. Io, figlio di quell’uomo acquiescente e di quella donna misteriosamente ardente, mi spinsi verso la città vecchia, dove mi capitò di osservare merci e mercanti; mendicanti e liadri; esattori e puttane; il brulichio della vita intorno all’edificio più rappresentativo della città. Fu così che venni colto da una specie di incendio nel retro della testa. Voglio dire, quella vita repellente produsse in me qualcosa di feroce, risalente lungo la dorsale, che mi azzannò il frutto galleggiante nel cranio. Sicché annebbiai. Corsi con gli occhi chiusi. Superai la cinta e i giardini; superai i gradini primi e secondi; superai il grande andito lucente e, cieco, fui nel buio, nel fresco sacro buio che diede calma al fuoco che m’ardeva in cima, nell’organo superno.
I miei genitori dovevano essere in pensiero; non lo nego. Fui informato che i parenti mi cercavano. Allora mi spinsi fuori. Non che mi cercassero nella sinagoga, s’intende, ma nella nostra città tutte le strade portano lì. Fu così che li incontrai e i grandi mi mossero rimprovero e i piccoli saltellando chiedevano: “Dove sei stato? Insistevano: “Dicci dove sei stato!” Li guardavo indifferente. Pensai: “Che vogliono, non sono forse grande abbastanza per fare da padre a me stesso?
Dovettero, immagino, leggermi qualcosa in volto di sacrilego; perché mia madre si coperse il viso con le mani e mio padre impallidì; parole morirono, tremando, sulle sue labbra, quindi indietreggiò e, volgendosi, nello strepito della città prese la via del ritorno. Tutti gli andammo dietro, naturalmente, io tra i fratelli e la madre ultima.
Calma ritornava tra la spina e il cerebro; e mentre i piccoli mi toccavano le mani, i lombi, l’addome, vidi alcune chiare nubi all’orizzonte e pensai che forse sarebbe piovuto. Soffiai “pioggia” e, in breve, ma senza merito, fu pioggia grande. Tutti allora fuggirono. Accolsi le gocce fradiciandomi.