
"Grande nudo di Margherita Stein"
120 x 90 - Tecnica mista su legno. CDS, 1980.
Margherita Stein
TRADUZIONE/TRADIMENTO
ROTEANDO COME I CORVI DI RIMBAUD
1980

"Bionda tradotta sovversione profonda scotta"
A Margherita Stein - Tecnica mista fotografia + colore.
CDS - 1980
Ascolto beccando bacche natalizie con il dolcificante sacro Bach, l’amico battezzato nella fontana idealista a Jena (dove s’abbeverarono tre Jene dell’idealismo), pure scrittore caste ore in aggiunta professore che mi desidera (lasciandolo a stecchetto) quando sono in calore; che, con riferimento alla mia traduzione della poesia Les Cobeaux, I corvi, di Arthur Rimbaud, mi dice, uno e trino, che avrei tradito il testo, la sua santa letteralità.
Ecco invece cosa cerco di rivelare, l’apparizione, preparando periodare rima reagente, imitando Accio fotografo, amante negativo io più negativa di lui nella rima, in camera oscura: un Rimbaud diciottenne, o forse sedicenne? (anch’io sono giovanissima e bellissima nell’indefinità età scolpita silhouette appaio pian piano acidante rosso traducente corvante curve), che fa del Corvo – il funereo uccello nero, il famelico divoratore di carni morte - l'animale filosofico par excellence.
Roteando sui sepolcri, rondando con i morti, il corvo diventa capace di accendere, nel viandante, quel movimento del rammemorare che, ho appreso (nel tempo seno acerbo senno verde d’accanito heideggerismo accanto al primigenio fellatio gargarismo) è il movimento stesso del Pensare. E che cos’è quanto il corvo conduce davanti alla mente del viandante nel pensiero? Ebbene, il semplice fatto che l’esistenza scivola nel Nulla. Certo, ho distrutto la capinera facendone un fiore, una corolla dai neri capi increspati, ma ho salvato il Corvo, nevvero!? Che nella mia versione è appunto l’istigatore del Pensiero e non un semplice imbonitore del dovere (devoir).
Ahimè, il Dovere! Il dovere lo posso ammettere solo come dovere del rammemorare e, quindi, del pensare. E poi... “l'animale filosofico par excellence”... Non è un azzardo? Un’irriverenza? Non è, questo che dico, un che privo di buone maniere filosofiche? Non manca della giusta educazione? Non è questo stesso mio Rimbaud un esempio di quel pensiero che, sdrucciolando dalla giovinezza ventenne nelle cosce perla al trentenne pube dorato (toh... son preraffaellita pittata Margherita), definii, appunto, “selvatico selvaticanto selvaticume”?
Infine una nota per il professore. In tanti anni di smarrimenti ideologici sopra vostre teste di categoria-casta insomma (compresi quelli propalati nebbia fumo dal marxismo eterodosso hoé pur ortodosso per cattedra universitaria polpa saporita più osso passati due anni fa, dopo Bologna 1977, a compier bausette in ogni degradazione-gradazione-gradita d’idealismo piagnucoloso paraculante crepuscolare o ahimè sparante con, già in atto, pentimento cattolico parimenti piagnucolante) mi sono tenuta ad alcuni principi, pochi in verità, uno dei quali è che Tradurre è Tradire (facile neh, l’ho orecchiata!) e Tradire è un infinito verbale la cui voce sostantivata fa tra-dizione; che la “letteralità” è soltanto un altro modo di tradire il testo e che, se è vero che un testo è compreso solo quando ha perso la sua straniante alterità e si è trasformato in qualcosa che palpita al fondo del nostro sistema nervoso, allora ogni lettura, ogni lettura degna di questo nome, è un “tradimento” e tuttavia: “Il m’est bien evidént que j’ai toujours été race inférieure. Je ne puis pas comprendre la révolte. La mia razza non si sollevò mai se non per depredare: come i lupi con la preda che non hanno ucciso”.
Dovrei pur confessare che accanto tradurre-tradire come bruire tengo Schop, ah perdonate, l’appello così Schopenhauer, fa molto Pop, che scrive nel “Mondo come volontà e rappresentazione” il capitolo “Metafisica dell’amore sessuale”: che quasi impone rima con fica e con prendi il dovuto alzando poetica materialistica ale... tradurre come accoppiamento nelle forre, Vi scandalizza?

"Ore vane nella traduzione cellophane"
Foto CDS - Margherita Stein, 1980.
LES CORBEAUX/I CORVI. Rimbaud: “Signore, quando fredda è la campagna, quando nella contrada distrutta, l'infinita campana s'è spenta! Sulla sfiorita opera tua fa che s’abbatta, dagli ampi spazi, l'empia schiera dei corvi. Armata straniera dai gridi severi, cui i venti gelidi insidiano i nidi! Voi, lungo fiumi ingrigiti, sulle piste di vecchi calvari, sulle fosse, sulle tane, raccoglietevi, fate rondane. A migliaia, sui campi di Francia, dove dormono i graditi all'eterno, roteate (non è vero?) l'inverno. Così che il passante, pensoso, a quelli si faccia. Sii dunque l’istigatore del pensiero o nostro funebre uccello nero. Ma, santi del cielo, dall'alto del bosco, luci perdute nelle sere incantate, lasciate le nere di capi corolle increspate per quelli che al fosco (nell’erba da cui più non posson fuggire) incatena una disfatta senza avvenire”. Ovviamente les corbeaux c’est moi.