:: Accio: L'attesa della modella in fotografia col trucco alla Puyo nel marzo 2017 e 2020

ACCIO
L’ATTESA DELLA MODELLA IN FOTOGRAFIA COL TRUCCO ALLA PUYO
NEL MARZO 2017 E 2020





Foto di Accio marzo 2017




 

MARZO 2017

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Rumori come pane sbriciolato. Rumori come miagolii che grattano a qualche porta. Mi ritrovo seduta sulla panchina in piazza mai visitata, accosto a lumi perlacei, fanali, che evocano bestiari sulle mura riflessi. Ombre con incastonate qualche pietra filosofale che offre credito a bellezza misera, cittadina, impudica. Come se una piuma chiedesse ospitalità al catrame. Questa notte però omaggia la lingua delle ustioni primigenie. Ne porto segno sull’arcata degli occhi. Notte che proclama, opera il miracolo, la giovinezza delle stelle e di me bagnata dalla loro luce sideralmente lontana. Col palmo posato sulla guancia resto benedetta ad aspettare Accio Heathcliff. La sua irruzione come soggetto, in coppia con me, nella piazza sconosciuta. Dopo avermi fotografata alla maniera pittorica di Puyo. E ritrovata.

 

 

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Foto di Émile Joachim Constant Puyo (Novembre 1857 – Ottobre1933)





Foto di Accio marzo 2020




MARZO 2020

La Donna di Puyo, la modella di Puyo, stampata al citrato, nella cifra pittoricista, ispira questa me stessa nel vento lagunare a marzo, mentre aspetto Accio.

La Modella di Puyo apre la porta, si sporge, e vede l’uomo giungere.

Io invece mi sporgo verso la luce che mi schiarisce i capelli ventosi e ancora attendo. Sono preoccupata. Le ombre sono radicali, velate, sovrapponibili sul mio volto mascherato da occhiali alla Callas. Altra mia recita? Sono dentro qualche coordinata anatomica che la fotografia determina in gradazioni d’alfabeto per sguardo su di me completo centrando l’occhio meccanico dietro la lente. Che sia bambola crudele? Se Puyo pensava alla fotografia come arte evocante la pittura, io credo che l’arte non stia nella fotografia di me bensì nella mia attesa. Esisto in rapporto al racconto che mimo. La fotografia, e io in essa, rischiamo grosso. La posta, per me non è una qualsiasi immagine in bianco e nero più o meno suggestiva (come accade alla modella peraltro al sicuro giunto l’innamorato), in ciò simile al feuilleton transmoderno, bensì che io e Accio fotografo si finisca in qualche idealismo oggettuale, dove il soggetto nel racconto fotografico non dia corpo alle pulsioni.

Lo vedo, sta arrivando da me, ed è come l’ho atteso: sudato, spettinato, con l’aria che gli gonfia le vene del collo nel respiro in corsa, dai vestiti sporchi dalla barba ispida, dalle palpebre peste di sonno e le guance affamate, con tutta la materia in sé e al seguito, a dirmelo vivo. E lui giunge perché lo evoco, solo io lo vedo, e ognuno può immaginarlo (ma potrei mentire sulla sua venuta) soltanto leggendo e guardando me. Son io l’autrice della fotografia anche se a scattarla è l’uomo che amo. E questa immagine la nomino fondamentale per la mia storia di donna. Che porta il nome di Sara Cardellino l’otto marzo 2020.