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Libro perduto di KK

:: Karoline Knabberchen: Lord Chandos tra spiaggia e mare. A cura di Claudio Di Scalzo
27 Settembre 2013

 
 
 
Karoline Knabberchen
 
SULLA LETTERA DI LORD CHANDOS DI HUGO VON HOFMANNSTHAL
 
Nel quadro chiuso tra spiaggia e mare, le impronte davanti a noi richiamano l'attenzione all'onda e al suo disfacimento: l'immagine d'infantile bellezza si sfa, e dalla cornice il mare straripa, poiché esso era il pretesto, la nostra intenzione nascosta.
La Lettera di Lord Chandos di Hofmannsthal è questa intenzione, il pretesto (quasi furioso) per accedere ad una nuova liturgia, alla fiammeggiante rivelazione che ci attende dietro la frammentarietà dell'esperienza.
Il primo segno di quell'appartenenza all'altro, al mondo di Dio, è il collasso di ogni possibile grammatica: in principio fu il verbo, alla fine il verbo non sarà più. Per l'uomo la cui vita si manifesti in forma di metafora, uomo per il quale l'immanifesto non abbia voce, il primo velo a cadere sarà la posizione, frase dopo frase, delle cose dentro un nome.
Hugo Von Hoffmansthal agguanta l'attenzione liquida di Lord Chandos e la regimenta fuori dai confini conosciuti (la cornice che chiude l'orizzonte): quelli della carta, poiché egli dice di arrendersi di fronte all'incommensurabilità del reale, all'espressione condensata d'ogni micro e macrocosmo; quelli del mondo sensibile, laddove Lord Chandos arriva a percepire l'alterità come unicum impermeabile ad ogni sapere, e sposta in realtà all'interno di nuovi confini quella lingua sconosciuta, il Graal che i Templari han serbato per secoli lontano dalla rapacità dell'uomo, e che i Padri del deserto conservavano alla luce del giorno, sepolta nella saggezza ermetica della preghiera continua.
Ma la sua improvvisa simpatia per i destini degli sconfitti, simpatia senza pietà (lo specifica all'amico Francis Bacon) non si risolverà in pietà cristiana. Egli s'affida inconsapevole alla pietas che guidò Enea dalla sconfitta Troia fino in Lazio, dove fondò la città d'Alba Longa; s'affida al destino senza tentarne una nuova possibile organizzazione. Quanto manca a Lord Chandos non è il senso del Sacro, bensì la Fede. Perciò il Sacro lo pervade infiammandone i sensi, escludendo dalla visione interiore l'illuminazione finale, la riduzione del tutto all'uno. Non una lingua, ma un suono; non le esperienze, ma l'Esperienza; non gli uomini ma l'umanità come emanazione d'ogni naturalità. 
 
Dove s'apre l'orizzonte di Lord Chandos, dunque, se gli argini rotti dall'illuminazione improvvisa – l'esattezza d'ogni incomunicabilità, a dispetto dell'inesatta collocazione dei concetti nelle parole – non si traducano in azione? L'impervia coscienza, scalata priva di vetta, è la direzione disarmante. Ma la vetta appare laddove l'uomo s'abbandoni alla fede, coscienza maggiore di quella racchiusa nella capocchia di spillo d'una sola esistenza.
Che dolore immenso, quello di Lord Chandos, poiché egli, così vicino ad abbandonare ogni ricorrenza, teso all'ascolto di quel che in William Carlos Williams è il reale, ovvero l'ansa del divenire, la bellezza strappata all'incenso dell'immortalità opaca e sterile, non può accedervi, poiché non ne riconosce il linguaggio.
 
Dunque Lord Chandos, che accompagna Hofmmansthal verso l'estinguersi dell'attività poetica, quasi un suo eteronimo in potenza, è la chiave che non apre, l'enigma che non sa risolversi e rispecchia (frammento) quella soluzione imprendibile, poiché in se stesso racchiusa.
 
 
 

  
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