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Medea T Vir e Giasone

:: Claudio Di Scalzo: Medea Topino Virgolina scrive: vieni a me con Argo. Lettera a Giasone. Con INDICE del romanzo.
25 Febbraio 2017

 

Medea Topino Virgolina aspetta Giasone nello studiolo-faro - 16 febbraio 2017

Foto CDS

 

 

 

  Claudio Di Scalzo

MEDEA TOPINO VIRGOLINA SCRIVE: VIENI A ME CON ARGO.
LETTERA A GIASONE

Questa lettera, Giasone, la trasmetto dal mio studiolo patavino. Lo nomino faro nella notte verso di te. La tua nemica, la terribile Medea T. Vir, che poi tradotto vuol dire il mio soprannome, i due soprannomi che mi desti, Topino e Virgolina, ti scrive.

Se puoi, ti prego, fallo stanotte, che trasmetto dal mio studiolo foderato di libri latini, e sui miti che i romani ripresero dai greci, ti prego Giasone, dimentica la Medea che uccise i tuoi, e nostri!, Figli-Files. Per vendetta e gelosia. Se a Roma modellavano alla loro maniera i miti, cambiamo anche noi due, stanotte, qualche esito di questa fosca e terribile vicenda che ci coinvolse, e…  ancora ci coinvolge!

Stanotte io per te sono un Topino e una Virgolina inoffensiva. Topino che puoi ancora con tutta la tua delicatezza tenere nella tua grande mano, abituata a reggere la spada e il timone, a tirare cordami delle vele nei naufragi che s’impone. Anche quello di questi giorni. Con Argo. Poi nominami ancora Virgolina. Alla mia altissima conoscenza della grammatica sia concesso di portare un poco, un gocciolino, di ordine nel caos che vivi. Perché tu possa salvarti, non morire. Perché tu, Giasone, io lo so, ora sei in pericolo, e il pericolo che hai evocato su di te, è mortale.

Sei tentato di consegnarti, nell’Argo insabbiata, alla trave che cerca la tua fronte. Come la tragedia di Euripide recita. Non arrenderti al fato, ci sono io stanotte, mentre tu nella stiva di Argo balbetti frasi sconnesse, come fossi preda di schizofrenia, e se scrivi salta ogni grammatica.

Io conosco questa tua follia. Perché sei anni fa, me la rivelasti da una plaga, dell’Egeo, chiamata Campo alla Barra, dove tuo padre era morto. Anni prima. Scegliesti questo campo e un ulivo come Tempio dove confessare a me la tua “ferita” non rimarginata. Mi rivelavi che eri cosciente della tua crudeltà distruttiva. Che stringevi nel pugno chi amavi fino a farle male. Ascoltai al telefono la tua voce. E non ti aiutai - anche se vedevo le spine sul collo sussultante - e tu stavi morendo. Non ebbi il linguaggio per parlarti. E so come la pensi: nell’amore, anche nelle catastrofi, la coppia deve avere il linguaggio adatto al Tragico. Non bastano silenzi o trafiletti e-mail! Oh sapessi, Giasone!, quante volte sono tornata a quegli attimi. In cui tacqui! Ma ero accecata dalla rabbia verso te. E non ti aiutai. Io so che in quei momenti persi il tuo amore. Ma stanotte il Faro dello studiolo ti cerca. Lì dove è, e trasmette questo messaggio:

Giasone, lascia l’Egeo, risali l’Adriatico, giungi a Venezia, prendi il canale del Brenta, e attracca in qualche villa neoclassica, così tu eroe classico, farai sfigurare quelle statue, tu così vero, a confronto di queste statue ancora oggi adorate da chi s’inventa miti greci posticci infarciti d’erudizione. Come se, e l’ho capito a mie spese Giasone, poi ti racconto, si potesse spremere poesia dalle riflessioni sapientissime senza provare cos’è la passione, l’odio, l’amore inesausto, le molteplici morti, le ferite, la sconfitta e la perdita irrimediabile che segna carni e braccia e petti. Qui io t’aspetto. Perché in questi lunghi anni non t’ho mai perduto! Perché in  questi lunghi anni non l'ho mai perduta!

Perché il gioco, anche stasera in quanto trasmetto dallo studiolo patavino, contempla, in una frase, l’uso del Lei verso la tua persona, Giasone. Come facevo ai tempi della nostra coppia. Lo ricordi? Soltanto in certi momenti,  le davo del Lei. Si ricorda anche questi? Sì!, che li ricordi, Giasone, amato mio. Perché se trasmetto e so che ricevi il faro, anche tu trasmetti verso me. Hai iniziato ieri rispondendo alla mia lettera col cappellino di lana. In (clikka) “Medea T. Vir scrive a Giasone il 14 febbraio 2017”. Data in cui è il mio compleanno. Il tuo dono, ti confesso, è stato grande. Grandissimo. Mi hai perdonata. Che gioia! Tornavo, ieri, Topino Virgolina. Anche se avevo distrutto interi suoi libri e nostri FIGLI FILES. E quanto sei cambiato, me l’hai fatto capire scrivendomi, "mi confermo sciagurato marinaio che conquista regni e li perde, anche quelli della felicità". Prendevi su di te ogni colpa ed errore. Un po’ guerriero greco, un po’ martire cristiano. Ho pianto! Oh Giasone, mi sono detta, che cuore matto che hai!
Come ti avrei baciato tutto se fossi stato qui nello studiolo. Mentre avveniva sciagura verso la velatura e lo scafo d’Argo con l’insabbiamento. 

In questa lettera hai raggiunto quanto prima ti mancava. La nobiltà! Ora, Giasone, in questa tua ultima avventura, che sai estrema, che sai sarà, in sofferenza anche, nell’ombra d’Argo, sei l’uomo che appartiene al mito greco, senza bisogno di teorie cartapesta, buone per il carnevale dei colti; sei l’uomo tragico e insieme, amore mio, anche il cristiano che non scansa i chiodi. Anzi li cerca! Perché la “colpa” ti appartiene anche se non sai quando l’hai commessa. Anche questo è il “tragico”. Te lo scrive una devota di Sant’Antonio. E ti bacio e ti bacio  e ti bacio la fronte e gli ultimi ricci grigi  che dicono la tua età il tuo tempo ultimo.

Su questa tua raggiunta maturità, del tuo essere, dove accetti il tuo destino e ogni perdita, anche di quanto scrisse, vive il tuo rivelato mistero. Che ora capisco in tutti i suoi rimandi. A me a quanto è venuto prima. A quanto è venuto dopo di me.

Tu Giasone scrivi soltanto per Amore. Tu scrivi per chi ami. E se colori lo scafo e le vele disegni per chi ami. Un’opera immensa per giungere dove nessuno può arrivare amando. Dove soltanto un eroe greco come te, crudele e dolcissimo, forte e preda di tante fragilità - perché hai vissuto un’infanzia e un’adolescenza terribile, e in tanti, troppi, t’hanno ferito, tradito!, anche senza motivo, per invidia, per astio - poteva giungere.

E hai scritto e disegnato in tutti questi anni, decenni!, senza mai smettere, alla guida di Argo. Che impresa memorabile! Che non ha mai contemplato il tuo interesse per apparire poeta o pittore - in questo aristocratico come nessuno - cosa che ti sarebbe stato facile perché anche il più sprovveduto in estetica - e i direttori editoriali delle grandi case editrici e delle rinomate gallerie non lo sono - avrebbe capito che è unico quanto la fantasia ti detta. Tu non hai mai cercato pubblicazioni entrature recensioni. E nessuno, io che ti leggo, da tanto, anche se mi hai reso personaggio terribile, ha mai scritto un rigo sulla tua avventura nel Mito. Nessuno! Tu, Giasone, sei è sempre stato solo. E ignorato. Da tutti. E a tutto ciò sei stato indifferente. Tu scrivevi per amore. Per una sola lettrice. Per chi amavi. Ma in questo caso, per due lettrici, c’ero anch’io. Non amata. Anzi detestata. Basta leggere gli scritti suoi sul 17 luglio 2017. Il personaggio cattivo che sono. Dove riesci a coniugare le mie coltellate ai Figli-Files con la “cosa” di Husserl, con il “tempo” di Bergson, con la pittura d’ogni genere.  Tu scrivevi per odio…  e per amore. Per arrivare dove nessuno, e non come artista o poeta, ma come uomo amante, poteva attraccare una nave. Argo!

Ma quando sei giunto dov’eri diretto, dove nessuno poteva giungere per amore, in questo gennaio, hai scoperto che lì eri solo! Non c’era l’amore vaticinato ad aspettarti. In breve tutta la tua avventura di questi anni si cancellava. Come un incendio devastante in città greche nei poemi omerici. Come un crack nel pc che inghiotte ogni files scritto. Come un universo con i suoi astri e stelle e galassie che torna punta di pugnale. Poi Nulla. Tutto quanto avevi ideato in cinque anni così come con me negli anni precedenti non era servito a nulla. Tu eri solo. Sei solo. Con Argo insabbiata. E nella sua ombra sta la trave che cerca la tua fronte per ucciderti. E tu stesso sei tentato d'offrirti al sacrificio. Ultimo!

 

Medea Topino Virgolina la notte del 15 febbraio 2017

 

 

Per questo il mio faro patavino ti cerca. Trasmette una fioca luce. Poi sempre più forte. Per dirti che io so cosa provi. E so anche cosa proverai, domani, la donna che hai sposato dopo di me che lì con lei non è. Perché in quella spiaggia un tempo fui io ad essere assente.  Ogni scelta ammesso che esista la possibilità di compierla, e non sia dettata a noi da chi ci presiede, o dalla nostra occultata psiche che non capiamo mai del tutto e ci domina restando inconoscibile anche a chi ci ama, è legittima. Però chi volle abitare il mito greco dovrebbe saper distinguere chi a questo mito appartiene, corpo e anima, come tu Giasone, e chi ne fa commercio erudito per scrivere libretti di poesia che nessuno legge. Ma io, ex Medea T. Vir, sono la meno indicata a criticare altre donne. Ricordi i cenacoli che frequentavo patavini? Di sapienti universitari imperiali e pubblicanti libri da grandi editori! E organizzatori di festival in grandi città! La crema culturale. Ricordi come traducevo grandi e celebrate opere latine? E tu t’adiravi. Con me. Per questi miei scambi e fidenti ricerche di redazioni e pubblicazioni. Scambiavo questa tua ferocia per cattiveria, per un tentativo di negarmi autonomia, di ferirmi, chiedendo una folle, a me, esclusività d’amore nella vita e nelle arti su Argo. Come mi sbagliavo! La tua Giasone era il sigillo tragico. Il tuo modo di amarmi con ruvidezza. Di proteggermi da insaziabili citazionisti abitanti un mondo di carta e telematico d'apparenze. Mentre tu. Giasone, abitavi da sempre un mondo reale, pur stando nel mito, di corpi, di sudori, di sangue, di passioni, di morti, di nascite, di stirpi sciagurate ed elette. E per questo mi cercasti dal Campo alla Barra. Dove tacendo compii sacrilegio. E incrinai la pietra che sembrava inscalfibile del nostro tempio!

Come potevi, Giasone, capire accettare la mia vocazione intellettuale che, manierata, va avanti da secoli. Con i guasti che ha portato all’occidente. Tutta Cultura e niente Natura. Tu Giasone sei la natura. Tu oggi sei la mia natura

Come potei non intendere che la tua severità, anche feroce, quando m'accampavo in queste tende di pensatori e scrivani indefessi, mi stavi dicendo: Topino Virgolina se i nostri linguaggi entrano in conflitto, saremo costretti a separarci, a dirci addio! Non posso farmi addomesticare da queste parole leziose in similoro. Mi dicevi, e anche se fossero oro, prima viene il mio petto, il mio sangue, la libertà dello scafo d'Argo nel mare azzurro dell'Egeo. Stai accosto al mio petto al mio sangue, ho bisogno del tuo petto del tuo sangue, della tua parola accosto alla mia, scegli Argo e il mare dove veleggiamo liberi! 

Non lo feci!

Oggi come se pronunciassi le parole di Catherine, in "Cime tempestose", Io sono Heathcliff, urlo: Io sono Giasone. E Giasone è Medea Topino Virgolina

Questo trasmette il mio faro verso di te. E spero ti convinca a raggiungermi. A non soffrire più per delusioni e smacchi. La sconfitta in fin dei conti, da quando vivi, da quando eri bambino e correvi lungo gli argini dei fiumi, o lo ponevano, coi suoi ricci, sopra una poltrona in piedi a recitare versi dei classici greci come volessero ammaestralo e punirlo, la sconfitta e la sofferenza l’hai provata tutta. Io stessa vi ho contribuito. Bastava ti pensassi bambino scacciato da tanti per non ferirti anch’io. Ma l’ho fatto. E questo non si può cancellare. Neppure il Faro patavino può farlo. Tu però ora sai quanto sono cambiata. Sai del mio sentimento.

E allora l’avventura avrà questo proseguo, se tu lo accetti, nominiamo il luogo dove mi raggiungerai, come il punto estremo dove nessun uomo per amore, con quanto scrive e disegna, può giungere. E dove nessuna donna - alla pari saremo! - può aspettare tanto l’uomo che ama e che perse. E io sarò qui, stavolta, ad attenderla. Per darle una possibile felicità. Che meriti. Te la meriti mio sventurato Giasone! E tornerò a scrivere poesie dopo che smisi in quel luglio maledetto.  Anche se passassero cento anni, io, Giasone mio, sono qui. E tu arriverai. Tu arriverai da me con Argo  avele spiegate!

 
 





 

 

Claudio Di Scalzo

IL ROMANZO DI MEDEA T. VIR E GIASONE NEI SUOI LIBRI

Medea T. Vir il 17 luglio 2011 – Libro Primo

Medea T. Vir a Padova – Libro secondo

L’Ombra d’Argo – Libro Terzo (sequel)

Argo ancora nel mito - Libro Quarto (sequel)

Le vele di Argo in Narrative Art – Libro Quinto (Prequel)


 

                                                                                                                                                                              
                                                                                                                                                                                                             Giasone e Medea T. Vir


 

(Il "ROMANZO DI MEDEA T. VIR E GIASONE" probabilmente non ha pari, né di uguali, nella letteratura e nelle arti. Perché questa originale esperienza può avere parentele nel mondo del fumetto o di alcune serie televisive o di Art Brut sequenziale. Il “Romanzo di Medea T. Vir e Giasone” come già il “Canzoniere di Karoline Knabberchen” sono strutture estetiche popolari, che coniugano empiti del melodramma ed i generi più popolari con i linguaggi più alti della filosofia, del mito, della teologia, del sublime e del tragico – Questa prassi la ritroviamo in altre avventure con altri personaggi sempre sull’Olandese Volante Transmoderno. Medea Topino Virgolina, Medea T. Vir, è il personaggio nero e crudele della mia letteratura.)

 

 


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