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Lotta Poetica

:: Claudio Di Scalzo: I miei Morti, la Poesia nel Comunismo
18 Aprile 2017

 

 

 I MIEI MORTI, LA POESIA NEL COMUNISMO

Quando parto e lascio Vecchiano per tornare nella valle alpina dove lavoro sempre saluto i miei morti.

A Vecchiano, nel cascinale, al primo piano, mai terminato senza pavimenti e senza intonaco senza porte, saluto mio padre, il mi’ babbo, il suo fantasma sul canapè. E lo saluto a pugno chiuso.

Poi vado a salutarlo anche alla sua tomba nel cimitero di Vecchiano. Ma so che lì ci sta poco. E’ un vagabondo, un nomade. Anche qui pugno chiuso, il sinistro, in alto.

Poi vado dal mi’ nonno Angelo, l’angelo dei braccianti, lo chiamavano. Ucciso dai fascisti sull via di Pisa. Uno dei primi iscritti al PCI fondato a Livorno nel 1921. Angelo Di Scalzo ha una tomba grande e d’un marmo azzurro-grigio splendido. La tomba, sorta di monumento proletario, venne pagata da centinaia  e centinaia di operai e contadini.  Anche lui lo saluto a pugno chiuso.

Davanti a questa tomba di un comunista ci sta una tomba, un loculo, dove sul marmo non c’è alcuna foto. Pardini Vittorio. Nonno materno. Interventista. Marcia su Roma, fascista totale. Morto per il dolore della sconfitta fascista nel pisano, quando l’armata americana varca l’Arno e il Serchio. La foto manca, perché come diceva mio padre partigiano, che poi sposerà la Nada sua figlia, altrimenti ci avrebbero sputato sopra.

Poi vado  a salutare mia nonna Pardini Messinella. Che perso il marito fascista, fascista lei stessa, non smise mai il lutto, e mai più si tagliò i capelli neri che teneva legati in trecce. E che gli arrivavano fino alle ginocchia. Donna bellissima e sembra veggente e strega. Per magia bianca.

Per mio nonno Vittorio e mia nonna Messinella preghiera e ricordo. Ma vissero e sostennero un'ideologia a me estranea e sempre combattuta.  

Poi prendo l’auto e vado al cimitero di Nodica, paese vicino. Ma lì sto sul cancello e saluto da lontano Paolo Fatticcioni detto Il Pazzo. Il più grande amico della mia vita.  

Il guardiano mi guarda e mi sorride. Sa tutta la vicenda. Dal 2005 scelgo di non raggiungere la sua tomba. Non accetto che sia morto.

Il guardiano dice: “Accio che grande amicizia la vostra!”. E mi stringe la mano. Poi aggiunge, lo dice sempre, “se tutti i comunisti fossero stati come te e il Pazzo, il comunismo avrebbe vinto”

A sera il guardiano, al bar, un giovane di circa 40 anni, impegnato nei movimenti no-global e nei circoli autogestiti, racconterà del mio rito, agli amici, alle amiche. Racconterà le avventure di Accio e del Pazzo comunisti e avventurieri in Versilia e in tanti episodi popolari, tristi e allegri. Io  e il mio amico avremo così un racconto orale che ci riunisce. E per me, questo, vale ogni libro pubblicato o da pubblicare. Recensito o commentato on line. Questa intimità con i miei morti è la POESIA che mi appartiene.  

 

 


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