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Karoline Knabberchen

:: Claudio Di Scalzo: Due lettere di Karoline Knabberchen. Ciliegio Poesia Incuba
25 Marzo 2017

 

Disegno di Karoline Knabberchen

 

 

 

Karoline Knabberchen

LETTERA CON LA LEGGE DEL CORIANDOLO POI ASTRO…

Fabio mio,… ti raggiungo con questa lettera che avrà anche l’asprezza di una lettera inquietante, ma devo stamani, domenica alpina, con un cielo che sembra latte rancido, versare sulle tue mani il buio che mi ha strattonato e rivelarti come sono riuscita a divincolarmi, era una donna che mi teneva, che potrei chiamarla Incuba, forse una discepola della stessa morte, una messaggera infernale, che s’infila nei miei sogni per ferirmi e farmi tossire e respirare malamente. Tanto che al risveglio trovo il guanciale macchiato di sangue. Capillari rotti, gola incisa nella glottide, balbettamenti.

Ti scrivo affidandomi al patetico sentimentale, siamo o non siamo romantici da Sturm und drang, che stanno sotto il torrenziale di questo febbraio e l’assalto a qualche vaticinata aurora sugli scogli di Marina di Pisa o sulle creste d’Engadina?

Ti scrivo poi svicolando nel feuilleton e nel melodramma, perché un pucciniano così soltanto intende quanto ho da rivelarti, ci vuole un’eroina che l’aspetta, stelle rilucenti, lui e lei disperati, e,… forse una Mimì che muore tanto delicata e gentile che nel suo candore spiega e porta la poesia al bohèmien caotico.

Intanto che ti scrivo, prendo il mio ruolo, che è quello di portare un minimo di grammatica filosofica e anche di etica di base, nella tua vita, perché tu sei uno con un'estetica selvatica, per natura, nascita, coltivazione di questa crudelta che definisci sempre innocente. Che a volte ti porta a ferire chi ami, senza che te ne renda conto. Incuba infatti, non soffrirne, mi raggiunge perché tu la scateni. E trova fertile vampa nera nelle mie paure, nel mio inconscio, che visse, e vive, inferni domestici, non narrabili. Se non con i simboli che poi fanno la fine dei fichi seccati sull’albero. L’espressione è tua. Con la solita tua ruvidezza. I simboli usati in poesia rendono spesso i fichi maturi a secchi sull’albero o li fanno cadere a terra, “palloni”, immaturi, col latte che scende dal gambo, non commestibili. C’è del naturale in te amore mio, che mi spiega tanto, più delle solite teorie universitarie. Usi il fico, e anche il ciliegio, con te ciliegione, per dirmi dell’amore e della fedeltà. Ma sulle ciliegie colte sull’ultimo “rappo” in alto per posarle sulla mia finestra ti scriverò un’altra volta.

È questa tua poesia sorgiva, candida, che mi salva. Da Incuba sono scappata perché appena sveglia, anzi nel dormiveglia, ho pensato alla tua teoria del “Coriandolo giorno poi astro lucente”.

La riassumo come un monologo teatrale. Per il nostro teatro.

Una coppia può vivere cento anni assieme, cento viaggi all’anno, cento ore d’amplessi, cento ore di risate in un mese,… ma un incontro di un giorno, in una città scelta a metà strada tra gli amanti, un’ora d’amore, un’ora a ridere felici traversando chiese e piazze, a tenersi per mano, con un gelato alla crema e al cioccolato,… per poi ripartire baciandosi sulla banchina del treno con le labbra macchiate di vaniglia… varrà sempre di più. Perché quanto è coriandolo, per sua assenza, e ingigantendolo col pensiero di altri giorni e mesi e anni possibili dei due amanti in esso assieme lo faranno diventare un astro che raggiungerà il cielo della fantasia, di quanto da lontano brilla, che non si può raggiungere, ma che ci dice che quanto era piccolo era pure enorme. E nessuna legge della fisica della logica della cultura potrà mai spiegare perché quell’astro brilla e riluce. Questo è il mestiere della poesia ingenua, popolare, di rivelarlo.

Caro Fabio, che lezione hai dato alla studiosa di ardue teorie filosofiche,… la tua “legge del coriandolo poi astro” riguarda non i colti e gli intellettuali, ma le persone che troviamo sui Lungarni o che portano al pascolo le mucche nei prati di Ardez. Loro usano conoscendo l’amore impossibile o da lontano il tuo stesso 
alfabeto. È quello che troviamo tra i soldati in guerra e le mogli a casa. Quello tra i giovani che magari si fanno uno spinello in Piazza Cavalieri e poi capitano in qualche festa studentesca con troppi corpi sudati e chiasso. Questa “legge del coriandolo” è poesia pura. E ci riguarda. E potrebbe riguardarci anche il rovescio! che mi hai consegnato. Infatti ti ho chiesto… e se l’amore tra i due finisce?

-Siccome l’amore finisce sempre per uno della coppia, vorrà dire che chi guarda in alto un’ultima volta vedrà un astro che si spegne poi nero poi nulla. E l’altro rimarrà ad osservarlo lontano, lucente, e irraggiungibile sapendo che non tornerà mai coriandolo in un giorno in una città italiana in una stazione mentre baciandosi si salutavano col sapore di gelato sulle labbra. Ma anche questa è poesia.

E quando ti ho chiesto, maliziosa, finisce, proprio così? Tu hai risposto.

Può anche accadere che l’assenza dell’astro nero, proprio perché assente, compia un giro che mischia circolazione celeste e circolazione nel sangue di chi lo nominò scomparso, per tornare sfera, nera, in una bic con cui chi lo spense in sé e nel cielo, inizierà a scrivere poesia sull’assenza, temuta irrimediabile, sulla perdita, dell’amore che se aveva raggiunto un cielo, anche se per spegnersi, qualcosa di unico aveva di sicuro.

E, insistendo, ho insistito ancora: finisce proprio così? Tu hai aggiunto un’ulteriore fantasia che mi ha commosso, perché tu, Fabio, non credi possibile che gli amori grandi possano finire…

Può accadere che chi scrive con la sfera bic che poi è un ex astro d’amore spento diventato nero, scrivendo sui giorni le ore il saluto al treno sull’amore che visse, possa, se ha la poesia adatta, far tornare nella sua vita, presente, chi ha scoperto di amare così tanto che di ogni stella e astro lucente nel cielo che vede, nel suo presente, non gli importa nulla, lui o lei, vuole quanto, astro, diventò nero e assente. A questo punto l’astro tornerà a brillare e il poeta. O la poetessa, dopo averlo guardato nel cielo, al mattino lo ritroverà coriandolo sul suo guanciale. E tutto tornerà, in amore, come prima e più grande. Perché il dolore e l’assenza, fanno capire l’importanza dell’uno per l’altro.

Stesa nel letto, ho cominciato a piangere a dirotto, ma ero stranamente felice. Perché da questa tua stramba teoria ho capito che io e te non ci separeremo mai. Tu troverai sempre il verso di farmi tornare e io lo stesso. È tanto semplice la poesia e l’amore, Karoline, mi dici sempre. Oh Fabio. È dunque questa la catena che non si spezza!, perché un coriandolo diventa astro e poi carbone e poi piccola sfera in una bic e poi di quanto scrive rotolando nei giorni dell’assenza torna astro! di più galassia. È tanto semplice l’amore assoluto che vince ogni distanza e dolore. Ti amo Fabio, e sarà per sempre.

 

 

 

 

Karoline Knabberchen


CILIEGIE E POESIA

 

Caro amato Fabio,… Incuba ha i suoi vantaggi, te lo scrivo con l’adatto umorismo nero, anche se son sofferente tanto, da non avere forze per raggiungerti a Vecchiano. Mi stringe nel dormiveglia e nel sonno. Però funziona come pietra dura su me oliva da frantoio notturno. Stritolata secerno l’olio della conoscenza e dell’amore utile a noi due. Per salvarci. E io, spero, guarire.

Dopo che ieri l’altro ti ho scritto riferendomi alla tua “Legge del coriandolo poi astro…”, derivata dai fichi, che a volte seccano sul ramo o cadono “palloni a terra”, un po’ come i miti o i simboli inadatti o le teorie letterarie per la poesia!, oggi m’aggrappo al rappo (pisanismo in rima) ultimo in alto dove tu andavi a cogliere le ciliegie più succose da donare alla ragazzina amata; e che poi, simbolicamente, hai continuato a cogliere per me, che più di tutte hai amato e ami, regalandomi ogni fantasia diventata disegno scrittura fotografia. Le tue ciliegie per me. E io non dimentico la fatica il rischio che c’è dietro. Se tu cadi ti fratturi e magari ti uccidi. E io questo non lo sopporterei accadesse per colpa mia. Perché ti do un’amarezza o una delusione insopportabile verso quanto tu, candidamente, e un po’ da matto, mi doni. Senza chiedere altro in cambio che una carezza, tanto spesso, da lontano, un sorriso mentale, una buonanotte al telefono. Amore mio ora piango e non vedo più la penna e la carta. Un attimo che mi riprendo.

La raccolta più bella, Fabio mio, che abbiamo scritto assieme, è “Due piante in un nocciolo”. Che libro! E nessuno lo conosce perché non lo stampiamo. È nostro. E basta. Chi l’ha inventato il titolo adatto? Tu, io, lo vedi?, siamo talmente uniti che anche i titoli non hanno più un nome che li ideò ma due! Questo vuol dire tanto. Tantissimo. Proprio in questo dicembre che finisce del 1983. E ad anno nuovo, saranno cinque anni che stiamo assieme!!!, se mi riprendo, partiremo per il nostro viaggio europeo. Prima destinazione Amsterdam! Lo ricordi vero? Le due piante crescono nello stesso nocciolo linguistico germinato dal nostro amore lì; e nessuna legge della flora lo pensa possibile, ci stanno due piante. Noi due. Accoste e singole. Intrecciate e ognuna riconoscibile. La nostra “esclusività” poetica. L’assoluto dell’amore da sempre cercato. Ma un nocciolo, amore mio, siffatto, non seccherà mai. E se diventeremo un pianeta, ci scambieremo la faccia in luce e in ombra, per stare una volta io una volta tu accosto alla parola di qualche sole.

Lo vedi come mi fa ardere Incuba?! Che febbre m’impone. Io la porto verso la fantasia. Una resistenza al male, al dolore, allo sconforto. Resistenza e combattimento che esiste perché sto nel nocciolo con te.

All’università a Pisa, qui in Engadina, tu sai quanto io sia aperta a dialogare con tutti, anche con i socialdemocratici, cosa che tu fatichi a fare, nel tuo rivoluzionarismo estremista. Però poi la mia “esclusività” è per te. Perché mi porti le ciliegie. E la tua storia di bambino nel presente. Come io faccio con me bambina cresciuta nei collegi e nei boschi infinitamente triste in certe giornate che già Incuba mi tallonava ombra perfida. Facendomi tossire e incontrare le civette con le palpebre cucite ad Ardez. 
 Ora mi mancano le forze, devo sintetizzare i palpiti. Provo per te, Fabio, amore grande, non scordarlo. Non scordare mai la tua ranocchia Knabberchen saltellante tra febbri e struggimenti dove sono indifesa, anfibia, tra acqua e terra, con ogni lenza pronta a catturarmi ferita e palpitante. Proteggimi mio “ciliegione”! Lo vedi?! un po’ piango e un po’ poi ci rido. Anche questo sistema me l’hai insegnato tu.

 

Sul ciliegio tu stai in cima
cogli le ciliegie più mature e succose
poi scendi verso la mia casa mentre dormo.
Che misera sarei lasciassi le tue ciliegie
sul davanzale a marcire, senza accoglierle
gustarle; come mi sentirei impoetica se tu dovessi vedere
i frutti che con tanto rischio mi doni rinsecchire marcire!
non posso neppure immaginare la violenza che ti farei,

e se lo facessi non sarei più Karoline Knabberchen

tenuta per mano dalla poesia, poesia che genera un nocciolo

dove noi due piante ci intrecciamo, ognuna nella sua singolarità

ma unite nell’esclusività  che offre la poesia e l’amore

che sono assoluto, Religione.

 
Tutte le teorie di questo mondo che insegnano cos’è la poesia
non valgono quanto gusto nelle tue ciliegie, che cogli per me;
e per te le mie labbra col succo del frutto, che tu baci, uniche,
accoglienti ogni mio palpito per te. Le ciliegie valgono ogni libro 
da scrivere e da pubblicare. Le ciliegie sono il simbolo, candido,
del bimbo uomo che amo, che io bambina donna amerò per sempre; 
semplici ciliegie eppure fondanti l’essere, come fossero una parabola

del Vangelo. Che nutre la salvezza, che non si scorda, che si accudisce.

 

Tu Fabio mio il giorno dopo sei ancora sull’argine a correre felice, a cercare altre ciliegie per me, non ne decanti mai il succo, così come non rileggi mai quanto scrivi per me, né più guardi quanto disegni o fotografi, semplicemente ancora altro inventi, per gioco, e amore altissimo verso me, altro scrivi altro disegni altro fotografi.

Io da te ho imparato questa teoria dell’amore in poesia, e non la tradirò mai, piuttosto sceglierei di morire; voglio tu lo sappia, stamani, dopo una notte terribile, con Incuba a farmi tossire e soffrire, che Il monello sul ciliegio da qui, da questa camera di Ardez - sono da mia nonna protettiva - io lo vedo, gli sorrido, gli carezzo i ricci scuri e ora grigi. E aspetto per domani altre ciliegie. - TUA Karoline Knabberchen

 

  

 

 


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