:: "Mattino". Rimbaud dalla Nada Pardini. Traduzione Claudio Di Scalzo

 

CDS: "Arthur Rimbaud dalla Nada Pardini con la bombetta della festa"

1 febbraio 2017 - Illustrazione per "Una stagione all'Inferno"

 

 

 

Arthur Rimbaud

MATTINO
 

La celebrata “C’era una volta giovinezza” amabile intrepida favolosa degna d’essere ricordata sopra fogli dorati a me non è adatta – Troppa fortuna avrei avuto – Quale delitto, quale errore ha decretato meritata meritoria la mia fiacca esistenza attuale?

Voi convinti che le bestie scoppiano in singhiozzi di tormento, che i malati disperano, che i morti compiono brutti incubi, cercate di poetare la mia caduta e il mio sonno; io posso spiegarmi suppergiù come fa il mendicante con i suoi reiterati Pater e Ave Maria – Non so più usare la parola.

Eppure oggi penso di avere esaurito la narrazione del mio Inferno. Era senz’ombra di dubbio l’Inferno, l’antico, quello di cui il figlio dell’uomo spalancò le porte.

Dal medesimo deserto verso la medesima notte sempre gli occhi deboli si svegliano al lucore dell’argentea stella sempre senza che si commuovano i Re dell’esistenza, i tre Magi, il Cuore l’Anima lo Spirito. Quando varcheremo l’oltre delle rive l’oltre dei monti a salutare il vagito del lavoro nuovo la nuova saggezza la fuga dei tiranni e dei diavoli la fine della superstizione, ad adorare – per primi! – sulla terra il Natale.

Il vociare dei cieli il trèpestio dei popoli. Non scomunichiamo la vita o schiavi.

Da “Una stagione all’Inferno” – Traduzione CDS

 

 

Claudio Di Scalzo: " PIOPPETA CON PIOPPO SPEZZATO (1967-2017) -

AUTORITRATTO E OMAGGIO A "RIMBAUD IN CASA DELLA NADA"

 (Foto scattata a fine gennaio sulla via che da Montuolo porta a Lucca

 

 

 

Claudio Di Scalzo

IL TRADUTTORE A GENNAIO SEMPLICE COME CASTO GUAIO

 

Sto traducendo “Una stagione all’Inferno” di Rimbaud. Lo traduco anche in fotografia (vedi "Pioppeta con pioppo spezzato- Autoritratto e omaggio a Rimbaud) e disegno. Perché è un Santo di casa. A Vecchiano. E io e mia madre, la sarta Nada Pardini, abbiamo bisogno di protezione. Siamo come suol dirsi in pericolo.

E dal Rimbaud che smarrisce la parola e smette di scrivere; e poi da Kafka che fa bruciare i suoi manoscritti; da Gauguin che va a disegnare tra chi i suoi dipinti li riteneva buoni o cattivi come un frutto; da Modigliani che bercia ubriaco prima di morire seguito a ruota da Jeanne a capofitto; da Majakovskij che si fora la tempia per amore e per disgusto dello stalinismo; da Campana che ammattisce e ronfa e sbraita parole insensate in manicomio; da Kierkegaard che rinuncia per amore a Regina Olsen perché è talmente intriso nella Colpa che la farebbe soffrire sposandola… ecco! c’è da sperare che da questi santi possa venire, da ciascuno, un aiuto tangibile per salvare tutta la vicenda familiare. Tutta la baracca! Rimbaud la indica. Per primo.

Non essendo un intellettuale potrei farcela. Anche perché discretamente selvatico. Fin da piccolo. Nominando quanto scrivevo e disegnavo fotografavo a pari della buona sedia piallata dal falegname, della sapienza di chi pesca orate, della geometria nativa nella testa del piastrellista.

Ma ora si tratta di raggiungere il bisbiglio la formula il linguaggio dello straccione di chi mendica la Grazia da una divinità sconosciuta che non è certo la cultura. Bensì pozzo o sole che sia qualcosa che può tornare a darci il Tris da giocare per comprendere le vite stracciate e borbottanti verso il Nulla con il Segno dell’Anima del Cuore dello Spirito.

Il percorso è esattamente all’opposto, suggerisce Rimbaud, di quello che i poeti colti ben vestiti e cuciti nella cultura da spettacolo sul web e su carte stampate procedono ognidì a diffondere coi loro tamburi immaginifici nell’indifferenza generale.

Rimbaud, mattiniero, indica, santamente, che mi devo spingere con la Nada Pardini, fino a cessare ogni uso della parola della scrittura per stare vicino, come lui ieri accosto all’afrore della schiavitù del mercanteggiamento delle amputazioni dell’animalesco tra cammelli e pelurie varie, a quanto spande oggi il capitalismo coi suoi mezzi di produzione feticcio: animali che piangono, morti senza morte nella plaga illuminata dai social, corpi presi dalla malattia e curati con le tecnologie dove lo spirito si trova meno che un ago nel pagliaio. Medicina statistica profitto.

Questo indica lo scandaloso Arthur Rimbaud. Lui che smise di scrivere ventenne abbandonando ogni manoscritto e vagando, senza più la cartapesta della scrittura letteraria, sotto al diluvio della modernità per capire il mondo e la sua vacuità insopportabile.

La vita, urla Rimbaud, non va maledetta, va esaltata – ci hanno provato anche i comunardi nella Parigi della Rivoluzione - ma dopo che ognuno traversati i propri inferni domestici e biografici approdi al balbettamento o al silenzio. Perché la letterarietà rima con superficialità. E l’amore deve ritrovare l’atto minimo il vagito il sospiro lo sguardo la carezza senza bisogno di parola. Io così sono accanto a chi amo. Nel mattino di questo fine gennaio.