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Rivoluzionari

:: La ribellione libertina di Paolo Fatticcioni detto Il Pazzo. A cura di Claudio Di Scalzo
15 Marzo 2017

 Omaggio alla gioventù del Pazzo e di Accio, 1978 

  


(Rendo omaggio a Paolo Fatticcioni detto Il Pazzo (Laura, 1948 - Nodica 2005), mio grande amico, con il disegno espressionista di un vulcano. Eravamo rossi anche d'energia. Lo siamo ancora. Ce lo confermeremo ritrovandoci quando a Dio piacerà che accada. Claudio Di Scalzo detto Accio
 

 

 LA  RIBELLIONE LIBERTINA DI PAOLO FATTICCIONI DETTO IL PAZZO

(Quando la registrazione venne trascritta e pubblicata in volume, Paolo Fatticcioni era già gravemente ammalato. La lesse e provato dalla chemioterapia mi abbracciò dicendo: questa traccia fa che rimanga Accio!)

Sono nato a Laura. In un paese che sta sulle colline che guardano Livorno. E per me nascere in un paese con un nome tanto intrigante di donna è stato già un sigillo. Quando è stato non lo dico, perché per uno come me è meglio non esporsi sulla data delle cellule e dell’altro mio "compagno" che ha fatto la mia fortuna. A Laura sono stato poco. Poi i miei genitori vennero a Nodica nel comune di Vecchiano. E da allora sono e sarò sempre un nodiese. Presto ho messo su un negozio tutto mio di barbiere. E nascerà qui la mia leggenda, quella del Pazzo intendo. Soprannome e taglio di barba e capelli hanno cominciato a fare tutt’uno. Non ho mai avuto un’insegna del negozio: però qualcuno, ma credo un marito cornuto, ha tracciato sull’entrata pazzeria invece di barberia: e io ce l’ho lasciata. Noi nodiesi, a differenza dei vecchianesi, se ci prendono in giro accettiamo l’offesa e la rigiriamo a nostro vantaggio. La porta a vetri del mio negozio è diventata l’osservatorio su questo paese, il riquadro dove controllavo e venivo controllato da decine di donne. Tutte innamorate, e io di tutte e di nessuna. Casanova, mi dicevano le più acculturate o dongiovanni, trombìno i realistici, donnaiolo le nonne, puttaniere i più brutali e invidiosi, ma vi garantisco che in certe giornate io e il mio compagno non facevamo più distinzioni con il lavoro, anche lì accudivo ciuffi di peli fra le cosce e il taglio lo subivo, non so se intendi, più che farlo. Eh eh. (Ride divertito). Qualcuna mi fece notare che c’era anche un barbiere in musica e da allora in negozio s’alzava la musica di Rossini: del Barbiere di Siviglia.

Tutti mi voglionotutti mi cercano. E non ero stanziale e basta, sia chiaro, era a Viareggio che esportavo il mio talento. Un locale dopo l’altro. Il Pazzo lo conoscevano portieri e baristi, e le signore milanesi conoscevano il vigore dei miei sciampi di saliva. Chi veniva con me non pagava nemmeno l’ingresso. Gli amici li facevo entrare tutti a ballare. Era una forma di comunismo il mio. Tutti avrebbero dovuto godere. Che si trovassero le donne anche se non avevano soldi, ma non potevo farlo io per loro o prestargli il mio uccello o la mia bellezza. Ah, questo è un particolare non trascurabile. Ero davvero bello. Un dio etrusco che sa di terra e di malizia. Ed ero comunista. Vi ho detto che facevo entrare gratis a ballare. Ma anche prestavo soldi e auto e appartamenti sul lago, ma sì quello di Massaciuccoli, di Puccini insomma, che fra l’altro era un potente donnaiolo, per andare a trombare. Con questa scossa alle consuetudini che davamo io e il mio compagno, perché sia chiaro non solo si scandalizzavano i cattolici – e a Nodia ce ne sono poini – ma anche quelli del PCI, fu logico che approdassi a Lotta Continua. E gli anni Settanta sono stati il massimo per il Pazzo. Gli altri pensavano alla rivoluzione, io vi univo quella sessuale, ma a mio tornaconto. Non è che liberassi le mie compagne. Liberavo i miei desideri e le mie voglie. Su questo periodo uno scrittore di Vecchiano c’ha dediato un libro e mi ricorda perché siamo amici. Tanto amici che anche se lavora in Valtellina i capelli se li fa soltanto da me: una volta all’anno lo tuso: in estate. E poi va all’anno nuovo.

Anche lui prima di sposassi si dava da fare. E del resto se uno lo chiamano Accio qualcosa di positivo con le donne lo deve combinare. La mia storia in Lotta Continua fu fruttuosa. Anche le compagne hanno gusto e occhi. Peccato che preferissi le signore che andavano alla Capannina e alla Bussola.

Insomma, con quel casino del femminismo non si tagliavano nemmeno i peli sulle gambe. Lì però ho avuto degli amori robusti. Mi piacevano perché mi interpretavano. Leggevano un certo Cooper e un certo Deleuze e un certo Laing e dicevano che ero un libertino ribelle. Mi piaceva la definizione. Anch’io mi intellettualizzavo e discutevo con Accio di sesso e rivoluzione. Lui parlava di un tale Reich. Comprai i libri e li tenevo in auto. Li hanno scritti su di me, dicevo dopo aver chiavato. Poi venne il cosiddetto riflusso: dopo il 1976. Tempi lontani. Lotta Continua si sfece. Ma tanto noi della sede di Vecchiano eravamo anomali. Guardavamo troppo verso Viareggio, il gioco delle carte e del biliardo, e alcuni verso la caccia, non avremmo retto la cottura, come si dice qui. Restano i viaggi su e giù ad attaccare i manifesti, così quando s’arrivava di nuovo in sala da ballo a Viareggio, verso l’una di notte, ci prendevano in giro dicendoci: è finita la ‘olla; poi ci riordiamo e ci riorderemo delle riunioni, dove dalla linea politica si passava a parlare di donne, e degli scherzi fatti ad alcuni del PCI che s’andava a svegliare a notte fonda, dicendo c’è il colpo di stato! prendete le doppiette! e loro facevano affacciare le mogli a dirci che i mariti avevano coliche e raffreddori; e poi resta l’antifascismo.

Una volta mi hanno anche sparato una pistolettata contro la serranda del negozio. E i più hanno detto che era un marito geloso. Una sega! Io assistetti a questo riflusso stando dov’ero; in negozio e in sala da ballo e nei night. Ma i drink erano più amari. Mi dedicai alla caccia, sono un cacciatore fino al midollo, anche di frodo, e una volta mi hanno anche beccato, ma lasciamo perdere, cambiai il negozio con la vetrata sul mondo paesano e cominciai a organizzare tornei di calcio. Il resto della banda prese vie diverse. Anni dopo scoprii che un amico era finito nelle BR per il rapimento Dozier. Un bischero. Un drammatico sbaglio. Ci siamo ritrovati, come tanti altri, per i funerali: Passerone prima e poi Francesco Del Zoppo, annegato davanti all’Isola d’Elba. Lui era del PCI ma andavamo lo stesso in giro assieme. Mi diceva sempre: tu Pazzo non crei un rapporto con la donna, come me. E così via. Una litania. Una volta mentre il negozio era pieno a risentire per l’ennesima volta la sua analisi sul mio atteggiamento libertino, gli dissi: lo sai perché tu crei un rapporto?, no? Allora te lo spiego io: perché non ne trovi altre. Una risata generale si levò. Ma non credete che si letiasse. Più amici di prima. E quest’ultima confidenza sia un omaggio a un amico che non c’è più. Ora basta. Non dico altro. Spengi il registratore Accio.

 


(Testimonianza raccolta da Claudio Di Scalzo.

Annuario Tellus 26, “Vite con ribellioni”, 2004)

 

 

 


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