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Vecchiano

:: Maurice Vlaminck: Questo è il mio testamento. Ligeti Lalo Il Pazzo
30 Giugno 2014

 

                                   

 

                                             

 

Maurice Vlaminck

QUESTO È IL MIO TESTAMENTO

 

Questo è il mio testamento.
Oggi ho ottant’anni. La vita è breve. Eppure mi stupisce poter guardare ancora il cielo ed essere sfuggito ai mille infortuni che minacciano, quaggiù, la vita di ogni creatura. Mi stupisce aver saputo resistere, finora, alla barbarie scientifica della specie umana civilizzata, e non essere, da tempo, sei piedi sotto terra. La vita si presenta palpabile alle dita. Appare agli occhi, si offre ai sensi. Lascio a tutti e a tutte, gratuitamente, le emozioni profonde, il cui ricordo è ancora fresco e vivo nel mio vecchio cuore, che mi hanno dato i Ruysdael, i Bruegel, i Courbet, i Cézanne, i Van Gogh … e faccio dono, senza rimpianto, senza invidia, di ciò che non amo e di ciò che rifiuto: il latte pastorizzato, i prodotti farmaceutici, le vitamine, i surrogati, i rebus decorativi dell’arte astratta. Perché, nonostante la mia età avanzata, continuo ad apprezzare la cucina francese e a gustare il pollo coi funghi, la bistecca con le patate e la pernice con i cavoli, senza confondere cucina e farmacia, campagna e sanatorio, lavoro e produttività, vizio e amore…

 

Maurice VlamincK: Villaggio italiano


Compiango chi non ha conosciuto la miseria e compiango pure chi non potuto uscirne con i propri mezzi. La miseria lascia un’impronta profonda. Le lacrime delle pene d’amore non si dimenticano, conservano un sapore amaro di cui la bocca conserva il ricordo. Quando si hanno denti buoni e fame, il pane secco ha un ottimo sapore. Chi possiede una bella voce canterà nonostante la miseria.
Non è il denaro in sé a uccidere l’artista o lo scrittore: l’agiatezza che ne consegue, i nuovi desideri che fa nascere sono elementi malsani, microbi virulenti che mutano l’aspetto della vita , snaturano il sentimento interiore, atrofizzano il fiore fresco e veridico degli esordi. Il destino di un’opera è quella del seme che germoglia, cresce, fiorisce.
Dato che il pittore non è un inventore, la pittura non deve essere invenzione.
L’espressione davvero personale, originale, è rara. Il più delle volte l’uomo, l’artista dispone solo di mezzi già usati, riveduti, ringiovaniti, consumati… Quante difficoltà per fare scaturire dal profondo di se stessi il volto interiore che si indovina! Quante difficoltà per eludere, scegliere, distinguere i sentimenti genuini fra tutti quelli che, alla rinfusa, si riversano nel pennello o nella penna! Ai giovani lascio in eredità tutti i fiori dei campi, le rive dei ruscelli, le nubi bianche e nere che passano sulle pianure, i fiumi, i boschi e i grandi alberi, le colline, la strada, i villaggi che l’inverno copre di neve, tutte le distese d’erba con la loro meravigliosa fioritura, e anche gli uccelli e le farfalle… Queste ricchezze, queste ricchezze inestimabili che ogni stagione vede rinascere, fiorire, palpitare, queste ricchezze che sono la luce e l’ombra, il colore del cielo e dell’acqua, non dobbiamo forse ricordarci, a volte, che sono un nostro prezioso patrimonio, ispiratore di capolavori? Tesoro comune, sul quale il fisco perde i suoi diritti, e che può essere lasciato in eredità, senza scomodare il notaio, da un vecchio pittore i cui occhi abbagliati conservano ancora l’immagine dei campi, dei prati, il cui orecchio custodisce il rumore delle sorgenti… Di tutto questo abbiamo goduto abbastanza? L’avete ammirato abbastanza? Avete gustato pienamente quello che c’è di commovente nell’alba che spunta e nella giornata che non rivedremo più, per fissarne sulla tela il sentimento profondo ed eterno? Non ho mai chiesto niente. La vita mi ha dato tutto. Ho fatto quello che ho potuto, ho dipinto quello che ho visto.


 

NOTA

Questo testamento, scritto in un paese italiano come quello dipinto, riguarda anche mio padre Libertario Di Scalzo detto Lalo e Paolo Fatticcioni detto "Il Pazzo", perché anche loro furono selvatici e dalla campagna si mossero verso la città per poi sempre tornarvi e avere, lì, la tana. Con loro la tecnica non ha vinto. Ed una musica di contrasti seppure ineffabile come quella di Ligeti, Lux Aeterna, mi piace, oggi, nel giugno, accostarla a questi uomini che vissero il complesso ed il semplice, per poi dirigersi verso il suono la parola la pittura in tutta purezza perché nutrita in tutta stoltezza. E io seguo la loro lezione. CDS 

 

 


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