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Vecchiano

:: Claudio Di Scalzo: L’Olandese Volante a Manopi - I
23 Agosto 2013

 
 "L'Olandese a Manopi", I - Foto Corsara della Metamorfosi - Agosto 2011


 

Claudio Di Scalzo

L’OLANDESE VOLANTE A MANOPI DI VECCHIANO - I

(Fotoromanzo transmoderno)

 

Manopi la dedico alla Corsara delal Metamorfosi e perché inventandola da monello

l’ho raccontata in questo agosto grazie al nostro incontro e legame.

E perché la bambina con cui immaginavo di giocare

in questo luogo fantastico davanti alla mia casa vicina al fiume

aveva per certo i suoi lineamenti da bimba.

 

La Giungla di Vecchiano è il luogo, sconosciuto a ogni mappa spagnola, dove L’Olandese e La Corsara della metamorfosi si nascondono ad agosto con il veliero L’Olandese Volante e la fedele e ristretta compagnia bucaniera. Giunti nei pressi della foce del Serchio, alla sua Bocca sul Tirreno mare, risalgono verso il piccolo paese fluviale sapendo che il fondale basso impedirà alle navi da guerra spagnole di fare altrettanto anche qualora fossero scoperti o traditi. Giunti all’altezza delle poche case sedi di contadini e pastori a cui i pirati in dono lasciano quanto basta in oro e doni per ottenerne silenzio e protezione, cercano una spiaggia sul fiume adatta dove carenare la nave. Riparare l’alberatura, rafforzare la chiglia e gli armamenti. Saltato l’argine c’è MANOPI. La parte più folta della giungla. Manopi, il centro poetico dell’avventura con la terra, la Tellus, sotto agli stivali. Manopi, nome tanto evocativo quanto leggendario sulla bocca sia dei semplici gendarmi della gerarchia vassallatica spagnola in cerca di taglie sia dei governatori delle varie Maracaibo dove si applicano poetiche ereditate dalla viziosa e imbelle tradizione novecentesca che sull’oceano web dovrebbero esser perite ma non lo sono perché la libertà spaventa come il libero arbitrio. Manopi è l’unione delle iniziali di tre alberi – anche L’Olandese Volante è un tre alberi – dove sembra, ma non ne siamo certi, L’Olandese sia nato, anzitempo di sette mesi, in una casupola da genitori di umili origini: una sarta ed un barrocciaio proprietario di carro e cavallo che trasportava le sementi verso la vicina Pisa; tre alberi, vi confido, creano Manopi: una Magnola, un Noce, un Pino: tutti e tre a poca distanza tanto da mischiare le fronde e l’immaginario della banda bucaniera sotto al canto di cicale giganti tamburelle e variopinti pappagalli fauves e tortore matisse in innamoro con uccelli azzurri più o meno simbolisti. E lucertole volanti surrealiste Gritte Gritte. Attorno a Manopi svettano alberi e normi e intricati che farebbero la fortuna di studiosi della flora esotica ed estetica potessero descriverne gli intrecci. Colossali Durion dove i tucani fan congrega beccando a mitraglia frutti coriacei e liquorosi, piante del pepe e del sale, in bianco e grigio, le cui foglie ampie con venature simili a grafia, come pagine raccontano al sale e pepe Olandese vite nascoste e trascorse degli abitanti di Manopi ed anche particolari piccanti sugli amplessi di moda nell’estate 2013 tra le diverse specie degli alati e dei terrestri animali; flessuose Areche talmente verdeggianti e accumulatrici di sole che le lucertole ci si dondolano sopra quasi fossero amache; i saporiti alberi del pane i cui frutti ricordano il pane fragrante e suggeriscono ogni anno ai filibustieri più anziani lo scherzo dell’albero pane e salame ai mozzi: imbottito un pane dell’albero col salame fan credere al giovanetto o alla giovanetta, che trovando l’albero pane e salame, pregiatissimo, la notte la passerai da salame tra due corpi che ti daranno piacere. Si racconta che quando lo scherzo lo fecero al mozzo Corsara della Metamorfosi, lei come una belva scherzosa, col coltello sguainato, spaventò talmente i due pirati che la prendevano in giro, che piagnucolanti per la paura di essere sgozzati inventarono il “pane zuppo”. A Manopi ogni albero si adatta alla fantasia dei pirati come dell’Olandese. Quest’ultimo, sentendosi molto pucciniano, nell’estate in corso, ha avuto la sorpresa di scoprire l’albero del Giappone inventare un finale musicale alla Turandot diverso da quello melenso scritto da Alfano dopo la morte del Maestro, un pianissimo di strusciii di foglie e vibrati quasi wagneriani per suggerire la favola dell’amore nella sua bellezza arcana. Sembra che L’olandese si sia commosso. “Guarda, Corsara della Metamorfosi, laggiù sotto l’Albero del Giappone, l’Olandese ascolta commosso!”. La nostra Capitana gli ha scattato una foto, ma l’Olandese l’ha guardata con occhio fattosi asciutto e vivido e rapace”. ("L'Olandese a Manopi", I - in esergo - NdR)

 

 

 "L'Olandese a Manopi", II 

Foto Corsara della Metamorfosi - Agosto 2011

 

Poi la Corsara capitan moretta ha fischiettato a memoria il sacrificio di Liù, nel melodramma pucciniano Turandot, e l’Olandese ha disteso i lineamenti, socchiuso gli occhi ironici, e riconoscente, verso la sua e nostra Capitana, così appare nella foto successiva.

Manopi per noi dell’Olandese Volante è il luogo dove si sviluppano le mitobiografie orali. Questo è un luogo astorico, qui l’angoscia esistenziale e storica non giunge, qui l’utopia positiva di un immaginario quotidiano che ridia senso alle cose ed alla parola sembra realizzabile. La vacanza in un mondo ospitale friabile ad ogni associazione dei sensi e dei gusti dove l’immagine ideologico-figurativa che ci appartine diventa congrua con l’antimateria del sogno. E siamo felici. Ed il Capitano Olandese e La Corsara della metamorfosi, raccontando la loro fisica nelle Arti, le rotte future, ci consegnano nuove modalità di connessione tra i linguaggi tra esperienza e circolazione dei sensi nuovi nel nuovo del web. “La scoperta porta anche la vertigine di trovare nuovi punti di orientamento, una volta lontani da Manopi”, dice la Corsara della Metamorfosi, “e per rinnovare la dimensione centrale della quotidianità - oltre la fiacchezza banalmente diaristica dei socialnetwork che schiavizzano tanti navigatori, intercala l’Olandese - dobbiamo torcere il nostro modo di ricezione ereditato dal 900, prosegue la duellante occhi verdi, e ne siamo incantati, consolitando la speranza che l’esplorazione di nuovi oceani porti ancora la possibilità di contemplare e vivere la nostra finitezza umana non più dall’esterno ma dall’nterno. Questa è la carenatura del veliero da ottemperare. Esaltiamo con impeto. Hurrahhh Yippihh Hurrahhh viva la Corsara della Metamorfosi viva L’olandese!

A Manopi, anche i più rudi e meno colti di noi in pensosità estetiche, io sono tra questi, capiscono che l’infinità divina in rapporto alla nostra limitazione terrestre, porta un albero a musicare Puccini, a completare la bellezza con la fantasiosa bellezza, e allora perché non potremmo, completare i nostri destini sul nostro veliero che ci porti, ognuno, a una soggettività dove non siamo più surrogati di oggetti e immagini e scritture cristallizzate e mortificanti di domini capitalistici web? Diventare artefici, centro ognuno di noi, di una vertigine centripeta, e non importa se onirica o spettrale o reale, per generare narrazioni - varcanti ogni angoscia e psicodramma - dove itinerario ed epifania ed ancora itinerario portino alla pienezza dell’illuminazione in un immaginario però creato da noi, singoli ed in comunità.

Fine prima parte mentre alcuni filibustieri per scrollare il messaggio della Corsara della metamorfosi in ulteriore gaudio e magari convincere l’albero giapponese a completare anche l’ultima incisione di Jimmy Hendrix, propongono di far ballare i gatti selvatici e le capre addomesticate dal corsaro Alexander Selkirk (1676-1721) donate alla ciurma dell’OV.
 

…continua 

 


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