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Tellus Transmoderno

:: Sartre Pillolato 2
01 Febbraio 2014

CDS: "Critica della ragnatela dialettica" - gennaio 2014

 

 

DIVULGATO SARTRE PILLOLATO 2

(ovvero Sartre in pillole manualistiche per marinai rossi coriacei)

Sartre procede ad un'analisi pignola del per-sé, della coscienza. Il per-sé è legato all'in-sé, nel senso che lo fonda nullificandolo, lo fa essere negandolo come in-sé. Ciò sia dell'in-sé della coscienza, sia dell'in-sé degli enti extracoscienziali.

È lo stesso per-sé che determina costantemente se stesso a non essere l'in-sé. Il che significa che il per-sé non può procedere a fondare se stesso che a partire dall'in-sé e contro l'in-sé. La nullificazione... rappresenta il legame originale fra l'essere del per-sé e l'essere dell'in-sé. (L'essere e il nulla)

Il per-sé è l'origine della negazione, e sussiste per e attraverso la negazione.

Il per-sé, come fondamento di sé, coincide col sorgere della negazione. Esso si fonda in quanto nega di sé un certo essere o una certa maniera d'essere. Sappiamo che ciò che esso nega o nullifica è l'essere in sé. Ma non un qualunque ed astratto essere in-sé: la realtà umana è in primo luogo il suo proprio nulla. Ciò che essa, in quanto per-sé, nega o nullifica di sé, non può essere che sé. E poiché essa è costituita nel suo senso da questa nullificazione, ne viene che è il sé come «essere in-sé mancato» ciò che costituisce il senso della realtà umana (L'essere e il nulla)

Evidentemente la nullificazione non è l'annientamento che produce il dileguarsi, la scomparsa dell'essere. La coscienza nega se stessa, ma come in-sé; nega cioè il carattere di identità con sé, di immobilità, di «pienezza di sé» che caratterizza ogni in-sé. La coscienza nega l'essere extracoscienziale non nel senso che lo fa scomparire, ma nel senso che ne nega il suo «essere in sé», la sua «estraneità» rispetto ad essa, il suo «stare oltre» la coscienza.

Sicché la coscienza è definibile pure come ciò che trascende se stesso negando la trascendenza dell'in-sé.

Nel trascendere se stessa, cioè nel nullificare sé e l'in-sé, la coscienza attua la sua libertà; anzi la libertà è la condizione implicita della nullificazione, e, per la coscienza, la condizione d'essere se stessa.

Sulla base di questi presupposti teorici Sartre delinea il suo esistenzialismo. L'uomo è coscienza, trascendimento continuo di sé; la sua esistenza consiste in questo trascendersi continuo; egli non «è» qualcosa, ma «diviene» sempre; nella sua vita non esplicita un'essenza prefissata, ma la costruisce via via. In tal senso, contrariamente a quanto - egli dice - si è sostenuto finora in filosofia, l'esistenza precede l'essenza.

In termini filosofici, ogni oggetto ha un'essenza e un'esistenza. Un'essenza, cioè un assieme costante di proprietà; un'esistenza, cioè una certa presenza effettiva nel mondo. Molti credono che prima venga l'essenza e poi l'esistenza... Tale idea trova la sua origine nel pensiero religioso... E per tutti coloro i quali credono che Dio crei gli uomini, bisogna pure ch'egli l'abbia fatto riferendosi all'idea che aveva di loro. Ma anche quelli che non hanno la fede hanno conservato l'opinione tradizionale secondo cui l'oggetto non esisteva mai se non in conformità con la sua essenza; e l'intero XVIII secolo ha pensato che vi era un'essenza comune per tutti gli uomini, chiamata natura umana. L'esistenzialismo reputa, al contrario, che nell'uomo, e solo nell'uomo, l'esistenza precede l'essenza. Ciò significa semplicemente che l'uomo anzitutto è e che poi è questo o quello. L'uomo deve crearsi la propria essenza. 
(Action del 27-12-1944)

L'essenza che l'uomo si crea non è un'essenza universale; es i crea quei caratteri specifici della sua individualità, e li crea attraverso la sua libera «scelta». Certo, la scelta non è assolutamente incondizionata; essa ha luogo nell'ambito delle possibilità che caratterizzano la situazione di ciascuno. «L'uomo non è che una situazione. È totalmente condizionato dalla sua classe sociale, dal suo guadagno, dalla natura del suo lavoro, condizionato fin nei sentimenti, fino nei suoi pensieri». Pur cosi condizionato, tuttavia l'individuo, e solo lui, «decide» sul significato della sua condizione. Io posso esser malato; non è, questa situazione, il frutto di una mia scelta, tuttavia: «Io non posso esser malato senza scegliere il modo secondo cui formo la mia infermità (come "intollerabile", "umiliante", "da tenersi nascosta", "da rivelare a tutti", "oggetto di orgoglio", "giustificazione dei miei scacchi")».

Dunque l'uomo «sceglie se stesso» ma «non nel proprio essere» bensí «nella sua maniera di essere». È lui che sceglie obiettivi, scopi, valori, e decide in conseguenza, ed agisce con le modalità di comportamento ch'egli stesso ha stabilito. Ed è libero al punto che le scelte precedenti non lo condizionano totalmente; può infatti riesaminare le decisioni assunte, rimettere in discussione le scelte riformare continuamente gli obiettivi, riformulare scopi e valori. Questo potere di scelta, che investe anche il campo degli scopi e dei valori, non ha alcun punto di riferimento; si sceglie senza punti d'appoggio, senza un criterio preordinato. Certo, c'è una «scelta profonda» che dà senso a tutte le nostre decisioni particolari; ma essa non è modellata su un criterio esterno alla nostra esistenza anzi «fa tutt'uno con la coscienza che noi abbiamo di noi stessi". L'uomo dunque è radicalmente libero; non solo negli «atti volontari», ma anche nelle emozioni, nei sentimenti, nelle passioni. Anzi la libertà è il contrassegno che caratterizza specificamente l'esistente, lo caratterizza nel suo quid proprium.

Ci è stato possibile comprendere come la realtà umana sia il proprio nulla. Essere, per il per-sé, è annullare l'in-sé che esso è. Cosi stando le cose la libertà non può esser null'altro che questa nullificazione. È in virtú sua che il per-sé sfugge al suo essere nel senso di essenza, è in virtú sua che esso è sempre qualcos'altro da ciò che si può dire di lui. Dire che il per-sé ha da essere ciò che è, dire che esso è ciò che non è nel mentre non è ciò che è, dire che in lui l'esistenza precede e condiziona l'essenza... equivale a dire che l'uomo è libero. (L'essere e il nulla)

Ma l'esser liberi non è in senso proprio un privilegio, bensí una condanna.

Io sono per sempre condannato ad esistere al di là della mia essenza, al di là del moventi e del motivi della mia azione, sono condannato ad essere libero. E ciò significa che non è possibile trovare alla libertà altri limiti oltre se stessa, o, se si preferisce, che non siamo liberi di cessare di essere liberi.  (L'essere e il nulla)

Essere liberi è un peso da sopportare. Tant'è vero che molti mascherano o rifiutano la propria libertà.

Nella misura in cui il per-sé cerca di incorporarsi l'in-sé come suo autentico modo d'essere, esso cerca di mascherare a se stesso la propria libertà. Il rifiuto della libertà non può quindi attuarsi che come tentativo di concepirsi come essere-in-sé.  (L'essere e il nulla)

Ma questa, di sottrarsi alla propria libertà, è operazione vana; infatti significherebbe sottrarsi al proprio «essere» umano, il che è impossibile.

L'Esserci umano è libero proprio perché è a se stesso insufficiente perché è costantemente sottratto a se stesso. L'uomo è libero perché non è se stesso ma presenza a se stesso. Un essere che fosse ciò che non è non potrebbe esser libero. Abbiamo visto infatti come per la realtà umana esserci significa scegliersi... Essa è totalmente abbandonata (e senza rimedio alcuno) alla ineliminabile necessità di farsi essere anche nel più piccolo particolare. E perciò la libertà non è un essere, ma l'essere dell'uomo. (L'essere e il nulla)

Questa condanna alla libertà fa si che la scelta sia sempre angosciosa; la continua instabilità dell'uomo, il suo costante impegno a scegliersi, a farsi, la non definitività delle scelte e delle decisioni, la ingiustificabilità delle stesse scelte (la scelta non ha infatti parametri di valutazione, criteri precostituiti) sono per l'uomo fonte di angoscia.

L'angoscia rivela alla coscienza la nostra libertà e testimonia la costante modificabilità del progetto iniziale. Nell'angoscia non ci limitiamo a renderci conto del fatto che i possibili da noi progettati sono costantemente rosi dalla nostra libertà in attuazione, ma comprendiamo inoltre la scelta, ossia noi stessi, come ingiustificabili; il che vuol dire che ci rendiamo conto che la scelta non trae origine da alcuna realtà anteriore, ed è anzi, tale da dover fungere da fondamento dell'insieme dei significati che costituiscono la realtà. In tal modo siamo costantemente impegnati nella scelta di noi stessi e costantemente consapevoli di poter bruscamente rovesciare la scelta ed invertire la rotta. Siamo pertanto sotto la costante minaccia della nullificazione della nostra scelta attuale, sotto la costante minaccia di divenire altri da ciò che siamo. Proprio per il fatto di essere assoluta, la nostra scelta è fragile. (L'essere e il nulla)

Oltre che nel segno dell'angoscia la scelta si muove in quello della responsabilità. La consapevolezza che la sua scelta va oltre se stesso, spinge l'uomo a sentirsi responsabile non solo di ciò che pensa e fa ma anche di ciò che avviene esternamente a lui e su cui egli non ha potere diretto.

La conseguenza fondamentale che deriva... è questa: essendo l'uomo condannato ad esser libero, egli porta sulle sue spalle il peso del mondo intero, l'uomo è responsabile del mondo e di se stesso quanto al modo di essere. Usiamo qui il termine «responsabilità» nel suo significato corrente di «coscienza (d')esser l'autore incontestabile di un evento o d'un oggetto». In questo senso la responsabilità del per-sé è opprimente; egli è infatti colui per cui accade che «ci sia» un mondo. E poiché è anche colui che «fa essere se stesso», qualunque sia la situazione in cui il per-sé si trovi deve assumere totalmente questa situazione col suo coefficiente di avversità. Questa responsabilità assoluta non è però accettazione; è la semplice rivendicazione logica delle implicanze della nostra libertà. (L'essere e il nulla)

Io anzi sono sempre responsabile anche di certe situazioni o dati di fatto indipendenti dalla mia volontà; ne sono responsabile come se li avessi scelti, in virtú dell'atteggiamento che assumo di fronte ad essi. Se sono mobilitato in guerra, questa guerra è la mia guerra; certo non l'ho scelta io; ma tuttavia non mi sono sottratto ad essa, ad esempio con la diserzione; dunque, in qualche modo l'ho scelta e ne sono responsabile. Oppure: io non ho scelto di nascere, tuttavia mi atteggio sempre in qualche modo di fronte alla mia nascita; essa non mi è indifferente: posso vergognarmene, ad esempio, o esserne fiero; dunque io assumo in me la mia nascita essa esiste per me nel modo in cui la «vivo» ora; pertanto l'ho scelta.

Gli oggetti che costituiscono il mondo sono dunque in-sé. Essi mi sono «trascendenti». In sé non hanno significato, né carattere né proprietà. Ne acquistano quando diventano «per me», quando si presentano come «fenomeno» alla mia coscienza. È per la mia coscienza ch'essi acquistano un senso, un'intelligibilità; per essa vengono all'esistenza. E il loro «esser per me» si risolve nell'essere «miei utensili», strumenti del mio progetto esistenziale, delle mie scelte, della mia libertà. Utensili senza una funzione propria, specifica; infatti possono assumere molteplici funzioni proprio in relazione al mio progetto.

Il che significa che il mondo assume significati diversi in relazione alla nostra specifica situazione, ai programmi che ci proponiamo. Noi scegliamo il mondo - non nel suo contesto in sé, ma ne suo significato - scegliendo noi stessi. Esso «dipende» da noi.

 

...continua

 

 


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