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Arte Transmoderna

:: CDS: Breton e l'Amour Fou. Con foto di Margherita Stein
04 Marzo 2013

 
 
 
 
Il Surrealismo è una risorsa per ogni teoria di liberazione individuale e collettiva. E lo è se i suoi libri vengono rimessi in circolo. Adempiamo a questo impulso. E partiamo dalla parola Amore che i surrealisti, in maniera rabdomantica, misero sulle labbra della loro teoria.
 
 
IL SURREALISTA BRETON E L'AMORE
 
Il surrealista vive il nutrimento del quotidiano scommettendo di possederne i diversi linguaggi e suggerne le scoperte. Il Surrealismo non è la fuga nel sogno che rende la realtà vulcano o vescica sgonfia, come una vulgata semplicistica vorrebbe, ma il tentativo di entrare in un mondo più reale dell’universo logico e obiettivo. C’è un oltre surrealista per trovare l’Essere ma, a differenza dell’al di là religioso, l’oltre surrealista si compone in questo mondo si dilata nella nostra vita. È contraddittoriamente un al di là immanente, innervato negli esseri stessi, che vivendolo ne avranno la chiara percezione affidandosi contemporaneamente alla sua presenza. L’oltre individuato dai surrealisti si manifesta in eventi che gli uomini possono vivere e in cui l’oggetto, che sembra superare se stesso, si rivela nello stesso tempo come quotidiano e quasi-sacro, originario e sconvolgente. Breton, nel suo libro L’Amour fou, racconta «la sorpresa», che secondo lui, «deve essere ricercata per se stessa, incondizionatamente, esiste in un solo oggetto, nel groviglio del naturale e del sovrannaturale». L’amore proposto è quello che Stendhal definì amore-passione, e diventa subito, nelle scelte surrealiste, il motore che consuma tutti i cicli vitali. Ne sapevano qualcosa i personaggi di Catherine e Heathcliff in Cime tempestose. Amore-Passione. Nel trattino che tiene legate le due parole nascono tutti i momenti prestigiosi dell’universo, tutti i poteri della coscienza, tutta la forza del sentimento. Nell’amore avviene il crepitìo di ogni scintilla conoscitiva: la sintesi suprema del soggettivo e dell’oggettivo e ci viene offerto quel rapimento che le lacerazioni artistiche propongono con il colore e i versi più o meno sciolti.
 
Ma l’amore non può essere fine a se stesso, perché nella sua più profonda intenzione è amore di ciò che ama. Già nel Convivio di Platone, Socrate rifiuta, in questo senso, l’elogio retorico che Agatone ha pronunziato dell’amore: l’amore - dice - è amore dell’altro da sé, tende verso ciò che non ha. Così sono bandite tutte le forme di narcisismo: l’amore vero è amore dell’altro, amare è uscire da sé e non amarsi amando. Il Surrealismo accetta questa logica.
 
Per Breton la donna è il termine di un simile processo mistico. Mettendo fine alla serie dei presagi meravigliosi che l’annunciano prende il posto dell’assoluto. Così la descrive in Nadja: «Ti sei sostituita alle forme che mi erano più familiari, così come a parecchi aspetti del mio presentimento... tutto ciò che so è che questa sostituzione di persona si ferma a te, perché niente ti è sostituibile e, davanti a te, doveva per me finire da tempo immemorabile questa successione di enigmi terribili o affascinanti. Tu non sei un enigma per me. Dico che tu mi allontani per sempre dall’enigma, poiché tu esisti, come tu sola sai esistere...»
 
 
 CDS: "Eclettica sei tu nel bretoniano fou" - a Margherita Stein - 
1980 - Tempera-matita-collage su fotografia
 
 
 
La pluralità delle donne amate «alcune per anni, altre per un giorno» è evocata al principio dell’Amour fou. Appaiono sedute di fronte a dei personaggi «vestiti di nero» che rappresentano Breton nell’atto di amarle. E nelle pagine seguenti si sviluppa contraddittoriamente l’idea di un’essenza comune a tutti gli amori successivamente provati. In modo contraddittorio perché Breton non è convinto da tale idea e dice che l’amante non scoprirà «in tutti quei visi di donne che un solo viso: l’ultimo viso amato». Siamo davanti alla speranza che compaia il raggio dell’amore unico: le donne precedentemente amate non sarebbero per l’amante che l’annuncio e la promessa della donna attualmente amata. Soltanto lei è dunque veramente amata, le altre sono state amate per illusione e, se possiamo azzardare, in rapporto a lei. Breton è avvolto dalla nube preziosa della concezione platonica per la quale nessun essere concreto e finito potrebbe sostituire l’Amabile e diventare lo scopo unico dell’Amore. Però Breton ci consegna un quesito: la donna amata a cosa rinvia? Di che cosa l’amore è attesa? Quale speranza bisogna riporre nell’amore?
 
Il Convivio di Platone, che presenta tutte le ipotesi possibili relative alla natura di un amore che si incarna in una forma fisica (cioè di ogni amore diverso dall'amore per un Dio come nelle religioni), dà, a queste domande, una risposta intenzionalmente orientata verso l’unicità e la finitezza: la risposta di Aristofane. (Naturalmente Platone non la condivide). Aristofane dichiara che un tempo gli uomini erano fatti di due esseri umani messi insieme: avevano quattro mani, quattro gambe, due visi. Questi esseri avevano una grande forza e un immenso orgoglio. Vollero attaccare gli dei. Zeus, per evitare la loro rivolta e per indebolirli, li tagliò in due. Dunque l’uomo attuale non è che una metà di essere. Questa è la fonte originaria dell’amore. Ciascuno cerca ciò da cui è separato, la metà che ha perduto e, negli slanci d’amore, cerca di ritrovare l’unità che fu sua. La logica delle immagini doveva condurre Breton, che tende così a valorizzare l’umano e quindi la finitezza, a ritrovare questo mito. La sua aspirazione a possedere la verità in un’anima e in un corpo.
 
(Le citazioni sono tratte da L’Amor fou e Nadja di Breton, edizione Einaudi).
Claudio Di Scalzo
 

 


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