:: Accio e Sara Cardellino: Golem Orso e Mara Zap abbracciati nella neve a San Valentino 2010-2020 a Praga


Golem Orso e Mara Zap a Praga nella neve a San Valentino 2010/2020 




Accio

GOLEM ORSO E MARA ZAP ABBRACCIATI NELLA NEVE
A SAN VALENTINO 2010-2020 a Praga

Il Golem Orso è il San Valentino che tengo più caro tra quelli custoditi, Accio. Tra i tanti a me donati, perché la ricorrenza la fai durare un mese intero. Però come nacque necessita per rivelarsi interamente, e dirti del mio amore oggi a Venezia dieci anni dopo, del mio racconto. Capirai così che questo dipinto illustra alla perfezione l’allegria che mi portasti che mi porti ma anche il tuo carattere che ci separò nel 2011 e perché sono tornata la Domenica delle Palme 2017 dal mio Golem Orso che nella neve stava piegandosi sotto l’urto di un flagello da lui stesso creato on line. Qui c’è tutto di noi due. Icona e manifesto domestico, per uso interno come dici, ma oggi hai il mio permesso per divulgarlo, perché così stiamo, nel modo adatto, tra altri milioni di innamorati e fidanzati e sposi e amanti col San Valentino che sempre varrà. Voglio essere sentimentale senza tema di mostrarmi tenera in tutto zucchero.

Mi raggiungesti a Praga nel febbraio 2010 la settimana che contiene la ricorrenza di San Valentino. Dove suonavo col Quartetto sia Smetana che Dvorak. Mi sorprendesti t’accolsi lieta e inquieta essendo con i musicisti, a cui rimanevi simpatico, ma anche con molti amici e amiche che avevano scelto di seguirmi per vacanza e ascoltarci. Come ti saresti presentato?

Timore più che giustificato. C’era anche quello che chiamerai dopo Linton a Praga per affari imprenditoriali, che si era unito al gruppo veneziano. Ed aveva preso cortesemente a mostrarmi il suo interesse. Che non avevo raccolto e lui s’era rabbuiato avendo saputo da amici comuni che “avevo perso testa e decoro per un pisano”.

Uscendo dall’albergo Pod Vezi accanto al Ponte Carlo andammo a cena nella sottostante Isola di Kampa innevata. Ci furono presentazioni. Temevo questo momento. Guardandoti sottecchi intuivo che la compagnia non “ti garbava punto”. Troppi intellettuali e addetti alla cultura poetica all’enfasi mitteleuropea con l’aggravante di farci affari come la persona che avevi preso di mira, da subito, tu Heatcliff, che sarebbe diventato poi mio marito nel 2012. Dopo la nostra separazione.

Un amico veneziano, poeta e autori di saggistica, ti chiese che mestiere facessi.

-“Il camionista”, rispondesti. “Vado col camion ai mercati dell’ortofrutta a Milano da Pisa e lavoro in Val di Serchio e Garfagnana per i contadini del grano. E vado anche all’estero raggiungendo questa città e altre europee ma più di rado”.

“Allora avrai già incontrato la città di Kafka”, esclamò soppesandoti, l’altro. E tu rispondesti: “Sì, ci sono già stato, ma in periferia, in centro è la prima volta che vengo, e questo Kafka chi è?”

Silenzio sbigottito, tutti che ti fissavano. Che mi fissavano. Arrossii visibilmente. Dicendomi: “oddio! E ora cosa succede? Cosa mi combina!?”

Il tuo interlocutore prese baldanza, e con suadente flemma, tra i sorrisini dei presenti, anche a me rivolti, aggiunse: “Per il mestiere che fa non ha poi importanza sappia chi era Kafka; voi camionisti siete l’ossatura del commercio, e dobbiamo esservi grati, perché portate ogni prelibatezza sui tavoli, anche quanto adesso mangiamo e beviamo. Pure con neve e strade impraticabili”.

Avevi sguardo ilare e feroce. Ebbi balzo al petto. Rispondesti.

“Io sto nella neve, carolei carovoi caritutti” Fissasti pure me con una punta di rimprovero. Come se tu dicessi: son queste le persone che ti vengono ad ascoltare? Io che ci faccio qui tra loro?

“Non capisco”, disse l’interlocutore perplesso e ironico. “Si spieghi, camionista!”

E tu prendesti a recitare a memoria il racconto brevissimo di Kafka, “Gli alberi”.

“Perché siamo come tronchi nella neve. Posano in apparenza, leggeri, tu pensi di poterli smuovere, con un lieve tocco. Invece no, non puoi, perché sono confitti al suolo. Ma, vedi, anche questa è soltanto apparenza”.

Silenzio totale nel gruppo. Intuirono che erano caduti nel tuo gioco del rovescio. Nella scena che avevi allestito. Guardavano pure me con un misto di rimprovero per aver permesso ciò.

Tu proseguisti, eri veramente un Heatcliff irruento e cattivo, anche un Ben Quick, altro tuo mito di riferimento per accostarti a me, da non dimenticare il film con Paul Newman, che li stava prendendo in giro.

“Io sono un albero, carolei carovoi caritutti. Voi siete neve passeggera che si scioglie. Questa stasera la mia apparenza”.

Voltasti le spalle e uscisti nella piazzetta di Kampa. Pensai che te ne saresti andato per sempre. Ti rincorsi trafelata. Senza indossare cappotto. Poi ti vidi sotto gli alberelli che guardavi verso me. Sorridevi. Mi buttai su di te. Tremavo. Sei ammattita ad uscire così senza coprirti Sara! Ti buscherai un malanno. Domani devi suonare. Abbracciami stretta, sussurrai. Lo facesti con tenerezza e impeto. Sei proprio un orso, aggiunsi. Un Golem Orso. - Sì, nella neve, rispondesti.

Rientrai presi il soprabito salutai e andammo in albergo a fare l’amore. E tu dopo disegnasti il Golem, praghese, orso che abbraccia quella che, dal mio nome leggermente cambiato, chiamasti Mara che ZAP scatta nell’abbraccio come nella polemica.